I bengalesi sono dei maratoneti di chiacchere e sono bravissimi a farsi gli affari di tutti tranne i propri tanto da avere fatto di questo non solo una professione e un vanto culturale ma riservando a questa attività una parola specifica della lingua bengali: adda, un termine bellissimo proprio perchè intraducibile se non ricorrendo a una o più perifrasi esplicative. Sono conversazioni ecclettiche, che spaziano da un argomento all’altro con la stessa facilità con cui ci si cambia d’abito, lunghe e informali.

Ha avuto origine tra gli intellettuali bengalesi di alto rango, eruditi o con la pretesa di essere eruditi specialmente come contrapposizione locale ai club frequentati solamente dai colonizzatori inglesi.

Ora lo fanno tutti, grandi e meno grandi, uomini e donne prima separatamente ora anche insieme, specialmente nei campus universitari. Il luogo preferito è il tea stall, frequentato quasi esclusivamente dagli uomini che parlano soprattutto di politica (perchè qui sono tutti schierati), dei prezzi al mercato, ognuno con la propria opinione e la convinzione di avere la soluzione magica a tutti i problemi di Dhaka o del Bangladesh; e dalle quattro, cinque persone iniziali (perchè fare adda non è mai tra due persone) se ne aggiungono altre, che neanche conosci ma che sono stati ad orecchiare in un angolo e ora non sanno più trattersi e si aggiungono al gruppo.

 

 

Le donne parlano di cucina, di vestiti, dell’educazione dei figli, delle domestiche che non puliscono bene e arrivano sempre in ritardo, di cosa mangiare per abbassre la pressione e tenere sotto controllo il diabete e il colesterolo. Se gli uomini si ritrovano al tea stall, le donne, soprattuto quelle di una certa età o quelle che ci tengono a preservare il loro rango sociale, si ritrovano a casa. Sedute in camera con le gambe incrociate sul letto per ore, interrotte dall’andirivieni delle domestiche con vassoli stracolmi di cose fritte, riso soffiato, frutta già lavata e tagliata.

Parlano del vicino di casa che è appena ritornato dal pellegrinaggio alla Mecca e ora si fa chiamare Haji, o del matrimonio imminente della figlia del cugino che sta in America, del prezzo esorbitante delle cipolle e di come faranno adesso i poveri a mangiare, di come i maestri dei figli non insegnano niente in classe ma che invece nei coaching center, dove li paghi, diventano bravissimi, di dove trovare il sarto migliore dalle mani d’oro.

Adda ancora resiste, per fortuna, all’invasione della tecnologia perchè per fare adda (o traducento letteralmente dal Bengali, sparare un’adda) bisogna chiaccherare guardandosi negli occhi con in mano un bicchiere di te (non ci sono tazze al tea stall) e prendersi sul serio, veramente sul serio.