Sto osservando quello che mi gira intorno. E quello che vedo, scivola via. Scorre come l’acqua di un torrente impetuoso. Il mio mondo di relazione è tra i rivoli indisciplinati di sentimenti ed emozioni. Mi chiedo se c’è un modo per fermare la corrente, ma realizzo, subito, che non c’è. Allora come una bambina capricciosa batto i piedi e serro i pugni. Non voglio impressionare nessuno, ma solo difendermi dal dolore e dalla paura.

Allungo le mani e non trovo nessuno. In mezzo a quel tumulto di acqua resto sola. E’ così che deve essere. E’ così per tutti. Mi viene in mente di lasciarmi risucchiare o andare a fondo, ma qualcuno mi ricorda che abbiamo l’obbligo di “restare a galla”. O almeno provarci. La mia vita, oggi, è una barca in piena corrente. Non ho il timone ben saldo tra le mani. E la mia barca assomiglia più a una bagnarola, traghettata dagli eventi. Sono talmente arrabbiata, perché nessuno mi ha preparata.

So che rischio di ribaltarmi sulla prima roccia, oppure  di andare alla deriva nel punto in cui il torrente si assottiglia. Cerco di ancorarmi al primo sperone che trovo nella mia navigazione, ma ancora una volta qualcuno mi dice che si deve crescere in fretta per non perdere la rotta. E se mi appoggiassi agli altri? Ancora una volta, quella persona mi dice che si è soli e insieme nei problemi. Non posso, dunque, delegare, fuggire oppure perdermi in tutta quell’acqua? Lui nicchia con un sorriso indulgente. Devo solo arrivare alla fine, nel punto in cui il torrente si scioglie, silente, nel fiume e nel punto in cui le lacrime si perdono nel mare.

Devo raggiungere il punto esatto in cui finalmente saprò galleggiare e respirare di nuovo. Non smetto di provarci, papà!