Oggi è il ventitreesimo. Siamo nel mese di Ramadan e i giorni si contano così. Manca giusto una settimana e poi è Eid, la festa religiosa più importante per i musulmani. Un giorno molto sentito anche perchè arriva dopo un mese di digiuno praticato dalla stragrande maggioranza della popolazione, tranne i rickshawallah, altrimenti non ce la farebbero a pedalare sotto temperature che di giorno sfiorano i 40 gradi, le donne incinta o che allattano, i malati e in generale i poveri, quelli che tutti i giorni dell’anno riescono a raccimolare abbastanza per mangiare si e no due volte al giorno.

E’ un mese per pensare alla purificazione fisica, attraverso il digiuno, ma anche e soprattutto a quella dell’anima.
Il mese di Ramadan segue il ciclo lunare e quindi bisogna aspettare che il presidente della Moon Sighting Commission, appostato con il suo cannocchialone nei giorni precedenti il Ramadan, avvisti il primo pezzettino di luna nuova per dichiarare il via al digiuno. A volte c’ è attesa e trepidazione perchè, se fa brutto tempo e il cielo è coperto, questo signore non riuscirebbe a vedere la luna e quindi il digiuno scatterebbe il giorno dopo, tempo permettendo ovviamente. Sembra una barzelletta ma invece questa Moon Sighting Commission è un comitato molto serio e rispettato. Allo stesso modo il digiuno terminerà quando questi esperti lunari avvisteranno nuovamente la luna, altrimenti si prosegue a digiunare.

La notte precedente Eid si chiama infatti chaad ratr o notte della luna piena e i negozi rimangono aperti ben oltre la mezzanotte per la corsa agli ultimi acquisti.

I negozi piu’ affollati sono quelli di vestiti e di scarpe. Perchè?

Perchè il giorno di Eid bisogna assolutamente indossare un vestito nuovo e un paio di scarpe nuove. Capisco il vestito. Succede anche da noi a Natale. Ma le scarpe? Perchè bisogni per forza indossare un paio di scarpe nuove non l’ho ancora capito. In questo mese soltanto, i proprietari di questi due tipi di negozi guadagnano più di tutti gli altri mesi dell’anno messi insieme. Se pensate che qui abitano 160 milioni di abitanti e ognuno si compera o si fa regalare un paio di scarpe e un vestito, i conti sono presto fatti. Se invece volete fare i furbi e pensate di comprarvi un paio di scarpe dopo Eid per evitare code, affollamenti, stress di ogni genere, beh scordatevelo. I negozi di scarpe rimangono chiusi per almeno 10 giorni dopo Eid e anche quando riapriranno sono praticamente vuoti.

 

 

Ramadan significa disciplina mentale. Se la stessa disciplina, dedizione, impegno e rispetto rigoroso delle regole fossero applicati dalle persone durante tutto l’anno e in ogni sfera della societa’, il Bangladesh sarebbe un paese migliore e più civile. Pia illusione.
Per i bambini è un gioco. C’ è chi viene iniziato alla pratica per la prima volta, con tutte le cerimonie ad essa connesse e chi invece è già un esperto. Chi, su suggerimento dei genitori, abbandona una brutta abitudine e cerca di seguirne una di buona, chi salta sehri perchè no ce la fa a svegliarsi e chi a metà giornata crolla e si dichiara sconfitto. Il giorno dopo ci riproverà. Alla fine del mese ci sara’ il resoconto con gli amici con espressioni e termini che se non li conosci, non ti ci raccapezzi: tu quanti ne hai fatti? Io 5, io 10, io sono crollato al quindicesimo. A me è scappata giu’ una goccia d’acqua mentre mi lavavo i denti e mi sono ‘fottuto’ il giorno.

In teoria anche il mese dopo il Ramadan è ‘santo’ ed è un’opportunità per chi ha saltato dei giorni di recuperarli. In particolare per le donne che durante il ciclo devono interrompere il digiuno perche’ impure.

 

 

Il digiuno, che in Bengali si dice roja, è un rito massacrante. Per me significa evitare di ruminare la cicca per strada, per loro alzarsi alle due e mezza di notte, preparare qualcosa, mangiare, lavarsi i denti ecc. ecc. prima che il muezzin intoni la preghiera. In quel momento, l’ultimo boccone, l’ultima goccia di acqua devono avere toccato il fondo dello stomaco altrimenti non vale. Questo pasto si chiama sehri. Dopo aver mangiato e pregato si torna dormire e poi via al lavoro. Il lavoro di solito inizia un’ora dopo il consueto e termina un’ora prima. Alle quattro del pomeriggio si smette di lavorare ed inizia il calvario per tornare a casa nel mezzo di un traffico assordante e snervante e a pancia vuota.

Il pasto che rompe il digiuno si chiama iftar.
Iftar e sehri non cadono sempre alla stessa ora. Ogni giorno vanno avanti di circa un minuto. Oggi per esempio sehri era alle 3.38 e iftar alle 6.49. Domani 3.39 e 6.50 e cosi via. Svegliarsi alle due e mezza nel cuore della notte non è cosa facile. Però ci sono dei rimedi: sirene, fischietti e app apposite da scaricare sul cellulare. Cominciamo con le sirene. Sono le stesse sirene che in tempo di guerra avvisavano di raid pachistani su Dhaka. Le usano ancora ma solo in Puran Dhaka, cioè la parte vecchia della città, dove anche la lingua è diversa, custode dei rituali e delle abitudini piu’ strane ed eccentriche di Dhaka. Un’ora prima di sehri e al suo termine, per iftar in parallelo con le preghiere di azan del muezzin.

Io che abito esattamente a metà strada fra la parte vecchia della città a sud e quella relativamente piu’ nuova a nord, dove per capirci c’ è l’aeroporto, in una zona residenziale a cui si accede solamente attraversando altissimi cancelli, mi sorbisco il fischietto dei guardiani che fanno, in tempi normali, la ronda e accompagnato da frasi del tipo: Alzatevi! E’ ora di suhoor (sehri), alzatevi adesso! Frasi ripetute ritmicamente e sempre nello stesso ordine finchè non vengono inghiottite dalla notte.

Delle app sul cellulare non so dirvi nulla perchè, anche se dovessi digiunare, non mi interesserebbero. Preferisco il fischietto e la voce umana.

La bellezza dell’iftar è la convivialità, il senso di appartenenza alla comunità in senso generale. Ed è uno spirito palpabile, evidente in tutta Dhaka. E’ il momento in cui la famiglia si ritrova attorno al tavolo, i negozianti abbassano le saracinesche, le strade si svuotano, come se l’Italia dovesse disputare la finale della coppa del mondo, per interderci e la gente va nei café o nei ristoranti per festeggiare la fine del digiuno. E i café e i ristoranti non si fanno trovare impreparati. Iftar buffet che negli alberghi di lusso arrivano a costare fino a 3500/5000 taka a testa (30/42 euro). Un vero e proprio sproposito.

Offerte stravaganti dalle catene internazionali che invadono la messaggeria del telefono.
Pizza Hut: buy 1 cheesy bites (family) pizza, get 1 free; unlimited pizza “all you can eat” for 649 tk (5 Euro), bottomless Pepsi for 129.
Gloria Jeans: enjoy unlimited sehri for 650 tk and glorious iftar for 1 for 490, iftar for 2 for 890 tk.
Burger king: unlimited burgers and bottomless drink for 999 tk.
E chi piu’ ne ha piu’ ne metta.

E visto che sono entrata in tema, la prossima volta vi parlerò di quello che mangiano i bengalesi durante il Ramadan. Intanto familiarizzatevi con questi termini culinari esotici: jilapi, halim, beguni, piaju, ecc. ecc.

In segno di rispetto per chi digiuna, e perchè qui convivono 4 religioni, i café di strada (v. tea stall) si adornano di tendine, che altro non sono che vecchi striscioni pubblicitari che hanno terminato la loro missione originaria, molto spesso tenuti fermi in basso da bottigliette di plastica riempite d’acqua o sabbia, (il proverbiale ingegno dei bengalesi) e sotto dei quali si intravedono le gambe delle persone, dalle ginocchia in giu’. Meraviglioso esempio di armonica convivenza interreligiosa.

 

 

Anch’io bloccata nel traffico per piu’ di due ore, sono finalmente arrivata a casa, giusto in tempo per godermi il mio iftar e per spedire questo a Matilde.