Si è conclusa una settimana fa l’edizione 2018 del Dhaka Lit Fest, l’evento letterario che dal 2010, quando veniva chiamato Hay Festival, si svolge nell’area intorno alla Bangla Academy, l’istituto per lo studio e la promozione del Bengali, che si trova a sua volta all’interno del campus dell’università di Dhaka.

Un evento per tanti, me compresa, molto atteso se non altro per aggiornarsi sulle ultime novità letterarie pubblicate nei paesi di lingua inglese, comprese le ex colonie, dove persiste la tendenza a scrivere e pubblicare in lingua inglese.

Ogni anno, nello spazio di tre giorni, da giovedi a sabato, si susseguono dibattiti su temi di attualità legati al mondo dell’editoria, ma anche su questioni attuali che influenzano gli scrittori e il pubblico dei lettori nel mondo a cui si accompagnano discussioni anche in lingua bengali tenute da figure prominenti della scena letteraria del Bangladesh su come queste stesse tematiche influenzino il mondo dell’editoria e gli scrittori qui in Bangladesh.

Molti dei dibattiti si svolgono all’aria aperta, sotto dei tendoni o sotto gli alberi del giardino antistante l’edificio della Bangla Academy e sono molto piacevoli visto che le temperature in questo periodo sono miti; cominciano alle dieci di mattina e finiscono alle otto di sera. Gli invitati sono sempre molti, circa duecento, e molti dei dibattiti purtroppo si accavallano. A parte gli eventi con personaggi famosi, quest’anno Tilda Swinton, presente anche l’anno scorso, e due attrici/scrittrici/registe dall’India, Manisha Koirala e Nandita Das, nomi che a voi diranno poco o niente ma che qui sono famosissime, che attirano immancabilmente una folla di persone, per gli altri eventi bisogna purtroppo scegliere, e spesso la scelta avviene tra eventi in lingua inglese con ospiti stranieri e quelli in lingua bengali con ospiti locali, sicuramente non meno importanti ma che vengono visti i primi come esclusiva degli intellettuali snob bengalesi che si sentono a loro agio tanto a New York o Londra come a Dhaka e quelli che vedono i primi come una nuova invasione di ex colonialisti pronti a imporre nuovamente le loro idee e prodotti, in questo caso libri, a scapito di quelli locali.

La qualità degli scrittori invitati, sia stranieri che bengalesi, è molto buona e comprendono sempre alcuni vincitori di premi letterari prestigiosi sia internazionali che nazionali dei rispettivi paesi.

Nel corso degli ultimi sette anni dalla sua prima edizione, ci sono stati più di 325 partecipanti da 47 paesi diversi, compresi scrittori importanti quali VS Naipul, Vikram Seth, Shahi Tharoor, Shobha De, Ben Okri, Mohammed Hanif, David Szalay, Jesse Ball per citarne solo alcuni che sicuramente conoscete.

Una caratteristica che rende questo festival diverso dagli altri è che è gratis, non si paga nulla nè per registrarsi, che si fa comodamente online, nè per entrare e per assistere ai dibattiti.

Un’altra peculiarità che rende questo festival particolarmente amato sia dal pubblico che dagli invitati è che non è raro vedere i partecipanti, soprattutto quelli stranieri, girovagare fra gli stall delle case editrici, fermarsi a parlare con la gente, firmare autografi e fare selfie con i fan. Ovviamente non da soli, sono sempre accompagnati dagli organizzatori del festival o scrittori locali, però sono tutti molto disponibili e sembrano apprezzare molto l’ambiente, la cultura, compreso il cibo che si può acquistare sul posto e consumare all’aperto, e ammirare i bengalesi che affollano l’area, sia donne che uomini, vestiti con abiti tradizionali, panjabi per gli uomini e bellissimi sari per le donne, di manifattura locale, soprattutto in cotone o seta, blouse senza maniche, segno distintivo dell’intellettuale Bengalese un po’ snob e di pensieri molto liberali.

Qualche spunto di lettura raccolto dai dibattiti per chi legge in inglese o è interessato all’area del sub continente indiano.

Mohamed Hanif, diventato famoso per A case of Exploding Mangoes, che qui presentava il suo ultimo libro Red Birds ambientato in un campo profughi e una satira velata della politica estera americana nel medio oriente.

The Storm di Arif Anwar, la prima opera dello scrittore Bengalese, molto apprezzata anche dal New York Times, che ora vive a Toronto, la cui storia, che ha come sottofondo il terribile ciclone di Bhola del 1971 che provocò più di 500.000 morti, si svolge lungo il corso di 70 anni, coinvolge cinque famiglie e quattro paesi, Birmania, India, Bangladesh e Stati Uniti che attraversano importanti momenti storici.

The orphan master’s son di Adam Johson, vincitore del premio Pulitzer nel 2012, ambientato nel regime totalitario della Corea del Nord di cui ne descrive alcuni devastanti aspetti.

The rickshaw girl di Mitali Perkins, un libro che la New York Public Library ha inserito tra i migliori 100 libri per ragazzi degli ultimi 100 anni, che presto diventerà anche un film diretto da Amitabh Reza Chowdhury, un famoso regista Bengalese, e che narra la storia di una ragazzina che per aiutare finanziariamente la famiglia si traveste da ragazzo e si mette a dipingere rickshaw. Oltre a descrivere con dignità la vita di una famiglia povera del Bangladesh, il tema principale è l’emancipazione delle donne, che deve iniziare molto presto già all’interno della famiglia e che uomini e donne sono e devono essere trattati in modo uguale.

Fra i temi trattati quest’anno dai vari ospiti: il movimento Me too, che sta muovendo i primi passi anche qui in Bangladesh e in India, dove sempre più donne, forti di quello che sta avvenendo negli altri paesi, soprattutto l’America, stanno raccontando le proprie storie di abusi, soprattuto all’interno del loro ambiente di lavoro; la libertà di espressione e cosa vuol dire essere liberi di scrivere e dire ciò che si pensa sullo sfondo della legge approvata di recente qui in Bangladesh che interferisce, ma praticamente vieta, di parlare del governo e delle sue politiche in modo che rechi danno all’immagine del governo stesso e del paese e che ha già visto alcune personalità di spicco del Bangladesh cadere nella sua trappola. Nel dibattito si è fatto esplicito riferimento al fotografo Bengalese Shahidul Alam, conosciuto in tutto il mondo e vincitore di numerosi premi internazionali, arrestato e torturato per aver diffamato il governo durante il movimento degli studenti contro le morti sulle strade, di cui avevo parlato anch’io in un post di qualche mese fa, e che, è notizia di tre giorni fa, è stato liberato su cauzione dopo 105 giorni di carcere, merito forse di una lettera al vetriolo pubblicata esattamente due giorni prima della sua scarcerazione da Arundhati Roy in cui metteva appunto in discussione la validità e la correttezza di questa legge sulla libertà di espressione in Bangladesh.

E infine un altro argomento, che sento mio perchè mi riguarda personalmente, e che riguarda spesso anche la vita di molti scrittori bengalesi, indiani o più in generale di questa parte del mondo ovvero la necessità per forza di cose, di dover vivere con in piedi e il cuore in due continenti, di cosa vuol dire integrarsi o fino a che punto questo sia giusto e possibile.

Volevo concludere con un breve video fatto da me, e purtroppo si vede, dell’intervento di Tilda Swinton e del perchè ama molto venire qui a Dhaka e in particolare partecipare a questo festival. Il video taglia l’inizio in cui appunto spiegava il perchè ama ritornare ogni anno a questo evento. Prima di rispondere però ha chiesto agli addetti alle luci di illuminare la platea fino ad allora quasi totalmente al buio per poi dire: ecco, questa è la risposta: voi! Un coro di oh e di applausi si è levato dalla platea, commosso dalle parole, visibilmente sincere, della star scozzese. Mi ricordo anche l’anno scorso, quando per la prima volta si trovava a Dhaka, fece un gesto simile quando una bambina davvero piccola, probabilmente di quattro o cinque anni, si alzò in piedi alla fine del suo intervento per chiederle che cosa le fosse piaciuto di più della sua visita a Dhaka e lei rispose: tu.

L’audio non è dei migliori e le immagini pure, complici il vestito bianco che indossava che emanava una luce che il mio telefonino non è riuscito a smorzare; ma in sostanza ha detto di quanto le piaccia venire qui a Dhaka soprattutto per il valore umano che questa città e i suoi abitanti sanno trasmetterle; che le sembra ogni volta di essere una ragazzina in gita scolastica, presa per mano con molta gentilezza e portata di qua e di la a scoprire la città e dei giovani, sempre molto numerosi, che la colpiscono per la loro intelligenza, apertura e capacità di affrontare le sfide. E noi tutti la ringraziamo, come ringraziamo tutti gli altri ospiti, perchè da loro anche noi traiamo ispirazione e la determinazione sempre maggiore di far vedere la vera faccia del Bangladesh e di far conoscere al mondo i suoi talenti.