Di ritorno da una breve visita a New York non posso non mettere a confronto due grandi metropoli, la prima una bella scoperta la seconda purtruppo una triste realtà.

Con i suoi otto milioni di abitanti, la metà di Dhaka, New York è una città bella da vedere, da attraversare a piedi con il naso all’insù, aspettare la manina bianca per attraversare la strada, un’occhiata superflua alle macchine che civilmente si fermano, camminare su marciapiedi praticamente vuoti, vedere gente diversissima, incrociare lo sguardo di qualcuno che ti sorride come se ti conoscesse e che ti dice sorry se incrociando il tuo percorso ti sfiora appena appena il braccio o ti taglia la strada.

 

 

Che civiltà! Non ci sono più abituata ma mi ha rincuora sapere che in fondo al mondo ancora c’è. Magari è una cortesia sbrigativa che non significa nulla, ma se per te conta la puoi fare tua. E cosi via con tutti i thank you e i sorry regalati a destra e a manca solo per il fatto che ti fanno sentire bene.

 

E’ una città viva, che sa reiventarsi e risorgere. Uno pensa che non ci sia più un centimetro libero edificabile, che questi otto milioni abbondanti di persone vivano ammassati senza spazi liberi e invece no. New York è ancora un cantiere aperto, una città di ancora grandi progetti urbani, avveniristici, moderni che la rendono unica, un motivo in piu’ per viverci, per andarci a vivere o per andarla solamente a visitare. Ci sono spazi verdi, parchi, aree pedonabili o il solo fatto che per me si possa camminare sui marciapiedi senza letteralmente doversi infilarsi tra una persona e l’altra è già qualcosa.

Hanno un piccolo problemino ora, Trump, ma l’opposizione è forte, la si percepisce e sta ottenendo risultati. I ragazzi delle scuole che scendono in strada per chiedere sicurezza? Impensabile a Dhaka; migliaia di donne che marciano contro la violenza e gli abusi? Improponibile, irrealizzabile a Dhaka. E non perchè il poblema non esista, anzi ma purtroppo qui è aggravato dall’impunità e dalla legittimizzazione della religione e della legge.

 

 

Ho visto piccole iniziative che si sono spente ancora nel nascere.
Venti ore di volo e sono scaraventata di nuovo a Dhaka, nel caldo atroce di una primavera già avanzata, dentro il mio uovo di lamiera (macchina) e nel mio box di cemento (appartamento).

Dhaka, con i suoi sedici milioni di abitanti o forse molti di più, i poveri si sa non si prestano a censimenti, è una città spenta, appiattita dall’indifferenza di chi non ha più ambizioni o sogni.

Qui si, letteralmente ammassati in scatole di cemento, una sopra l’altra che formano blocchi di cemento uno accanto all’altro, separati a volte dallo spazio di un rickshaw e che quando ci passi a piedi e sfortunamento incroci qualcuno bisona appiattirsi a ridosso del muro, trattenere il respiro e riprendere il cammino, senza un thank you o un sorry. Non si cammina con il naso all’insù perche bisogna stare attenti alle buche, ai mattoni sconnessi, all’asfalto che ha ceduto con l’ultima pioggia, agli sputi o per scavalcare le gambe di un mendicante e la sua ciotolina dell’elemosina.

Una città che attira solo i poveri dei villaggi e allontana chi ha ancora dei sogni da realizzare. Una città che brucia i talenti e arrichisce solo chi si sa arricchire con i sotterfugi.

Ci sono delle belle iniziative, come il festival internazionale di letteratura (Dhaka Lit fest) e la rassegna d’arte (Dhaka Art Summit) o ancora il festival di musica classica che attirano sempre migliaia di persone, me compresa; segno che la gente ha voglia di vedere, conoscere, misurarsi con cose nuove, sofisticate, ma sono eventi elitari, per chi conosce l’inglese, per chi ha letto e ha esperienza di culture straniere, o per chi ha i soldi per pagarsi il biglietto d’entrata.

E’ una società molto classista, non ci sono le caste come in Indica ma è come se ci fossero. Ognuno sa dove può o non può andare, quali luoghi frenquentare e quali no, chi salutare e da chi invece farsi salutare. Se ringrazio il rickshawalla che ha pedalato per un quarto d’ora sotto il sole per portami in giro, mi sorride imbarazzato; come mia cognata che mi chiede: perche lo fai? Non serve.

Non c’è Trump ma ci sono famiglie di potere che si alternano al governo da quarant’anni, sempre le stesse persone, arroganti, corrotte, poco istruite, sonnolenti. Non c’è opposizione perchè non si è liberi di parlare.

E poi ci sono sempre persone come me, dove le metti stanno, apprezzano quello che di buono c’è e scansano con nonchalance quello che non li accomoda. Chi apprezza la diversità e la rispetta e chi ha ancora qualche speranza e qualche sogno. Ma siamo in pochi, troppo pochi per poter cambiare visibilmente questa città.
Alla prossima, ragazzi!