C’e’ una stagione, a New York, molto amata in Italia, che mal sopporto qui: l’estate. Uno dei momenti in cui vivo scissa fra i ricordi un po’ malinconici delle mie estati giovanili, al sud, con quattro mesi di sole intenso e mare e spiaggia, da un lato, e la voglia dell’autunno rosso e profumato di questa mia nuova terra, dall’altro.

 

A New York in estate piove quasi sempre: temporali continui, improvvisi e violenti che ti rendono impossibile ogni piano e ti costringono ad andare in giro sempre con la borsa piena di cose: ombrello, scarpe di ricambio, calzini; insomma, tutto in perfetto stile Mary Poppins. E quando non piove, c’e’ un’umidita’ che oscilla fra il 70 e il 90 per cento e che rende faticoso – spesso – anche il respiro. Il risvolto, forse peggiore, di tutto cio’ e’ che, ovunque vai, c’e’ aria condizionata ‘a palla’ con temperature da era glaciale che ti congelano persino la voglia di andartene in giro. Se vai al cinema, devi portarti una giacca, un foulard, forse un cappellino e se hai indossato una gonna, anche un paio di calzettoni. Insomma, l’estate a NY e’ più faticosa di ogni altro momento dell’anno.

 

Eppure, poiché questo periodo coincide con il mio viaggio annuale per far visita a mio padre, e mi pesa non aggiungere “e mia madre”, come non fossero gia’ inesorabilmente passati due anni, mai come in estate, mi accorgo di quanto sia profondo il mio amore per questa citta’. Di quanto, in ogni anfratto della mia anima, io senta questa come casa, rifugio, nido, luogo di liberta’ e felicita’.

 

Appena imboccato il ponte che, da Harlem, mi porta veloce verso l’aeroporto, da 11 anni, mi volto indietro a guardare questo pezzo di vita mia che per un attimo, breve ma sempre lunghissimo, interrompo, sospendo, metto in attesa, per tornare ai ricordi, ad antichi affetti, a consumati costumi da bagno troppo sbiaditi, eppure ancora belli.

 

 

Mi volto indietro a guardare e sento un senso di lacerazione. Fino a quando c’era Dorothy, era davvero dilaniante. Pensavo che, dopo di lei, che sarebbe cambiato. Si sarebbe addolcito. Ma non e’ accaduto. Mentre lo skyline rimpicciolisce alle mie spalle lasciandomi intimorita nel mezzo della mia strada verso la partenza, io mi chiedo, spesso, perche’ abbia aspettato tanto per trovare il coraggio di essere felice. Perche’ abbia atteso tanto che la mia patria di nascita mi vedesse, mi riconoscesse, smettesse di farmi male.

Di New York, detesto l’estate. Come si detestano i capelli che con l’umidita’ diventano orribili. O le rughe che, sempre piu’ sfacciate, ti disegnano ricami sul viso.

Di New York, detesto questa stagione. Che e’ stagione della mia vita. Di cio’ che io sono. E per questo, alla fine, la detesto con amore. Con gratitudine. Perche’ mi aiuta a ricordare la bellezza dell’autunno, la magia della neve, il conforto del freddo. E del ritorno. Presto. A casa.