E’ un pomeriggio italiano pieno di pioggia, quello che fa da sottofondo al ticchettio dei tasti del computer mentre scrivo. Ci sono nubi color grigio scuro e lampi in lontananza che squarciano il cielo con violenza. Ho paura dei temporali. Ne ho sempre avuta. In questo, e non solo, Dorothy era del tutto identica a me.

 

 

Oggi, mentre le immagini di Genova mi graffiano il cuore e mi fanno sentire come se girasse tutto intorno, ho un po’ più paura. Per mille ragioni. Perchè Genova è luogo familiare. Lì è sepolto mio nonno. Lì è nato mio fratello. Lì sono andata in estate per tutta la mia infanzia. Lì ho trovato riparo con mia madre e mio fratello dopo il terremoto del 1980. Lì ho pezzi del mio cuore: cugini, zie, amici. Lì mi sono innamorata della focaccia, del gelato semifreddo di Boccadasse e del “latte mollo”; ho imparato a dire “belin” e ad amare i vicoli. Lì ho conosciuto la focaccia al formaggio di Recco e passeggiato sul lungomare di Nervi. Lì, con la mano stretta a mia madre, lasciai che i miei occhi si allagassero della bellezza dell’Amerigo Vespucci. Lì imparai, senza saperlo, che un giorno avrei voluto, anche io, “scoprire” l’America. Sebbene, senza sentirmene il padrone.

 

 

Mia madre amava Genova. Per lei era terra di felicità. Le sue due cugine: Carolina e Adriana, erano per lei una vacanza dell’anima e le ha amate davvero come sorelle fino a quando ci ha lasciati. La ricordo, annichilita dal dolore, quando mio cugino Marco, ci lasciò. Quello fu uno dei suoi viaggi a Genova più tristi.

 

Ho ricordi pieni di luce e di risate di quella città. L’estate della varicella: quando mio cugino Marco la prese e la mischiò a tutti. Le ore di quando eravamo terribili, 6/7 bambini scalmanati che solo mia madre sapeva rimettere in riga. Ricordo il giorno in cui andammo al cinema a vedere “A qualcuno piace caldo”, ero ancora una ragazzina e mi innamorai di Marylin Monroe. Ricordo il giorno in cui, con zia Adriana, guardammo piangendo “L’ultima volta che vidi Parigi” e mi innamorai di Van Johnson. Ricordo che mi innamorai dei giornali perchè ero affascinata dal fatto che zio Ciro rientrasse quasi al mattino, con una copia del “Secolo XIX” appena stampata, grazie anche al suo lavoro.

 

Quello che è accaduto a Genova era evitabile. Quasi tutte le tragedie che accadono in Italia sono evitabili o, per chiarezza, sarebbe evitabile il loro impatto così disastroso. Noi siamo il paese sismico con scuole antisismiche che crollano; il paese a rischio idrogeologico senza alcuna – o quasi – forma di protezione e difesa. Siamo un paese pieno di ricchezze abbandonate spesso all’incuria. Siamo un paese che non ama sè stesso. E se lo dici, vieni additato tu come quello che non è abbastanza patriottico.

 

Oggi il nuovo governo si affretterà a scaricare ogni colpa su quello precedente (che chiaramente non è esente da responsabilità, come non lo è quello ancora prima e ancora prima) dimenticando di aver “carpito” il voto degli italiani presentandosi come quelli diversi, pronti a fare la rivoluzione. La rivoluzione dovrebbe iniziare da questo, dal sottrarsi allo scaricabarile. Ma a nessuno interessano davvero i morti. O miei ricordi che oggi mi fanno male mentre vorrei essere in quella città ad abbracciare tutti. Come loro abbracciarono me nel novembre del 1980. Sicuramente a pochi interessa davvero della gente.

 

Questo paese ha dimenticato o sta dimenticando, pericolosamente, il potere dell’umanità. In Italia, oggi, prima di abbracciarsi ci si assicura, troppo spesso, che l’altro sia bianco come noi e quanto più possibile simile a noi.

Quel camion bloccato sul ciglio della morte, fermo giusto un respiro prima, dovrebbe ricordarci come si vive. Si vive finchè non si muore. E allora bisognerebbe prendersi cura di questo paese, della sua gente, senza distinzione di colore o status. Bisognerebbe prendersi cura dei vivi prima di – fintamente – piangere i morti.