Ci sono sei stagioni in Bangladesh, di due mesi ciascuna. Il 14 aprile, primo giorno dell’anno secondo il calendario bengalese, segna l’inizio dell’estate (grishsho), a seguire la stagione delle piogge (borsha), poi l’autunno (shorot), il tardo autunno (hemonto), l’inverno (shit) e infine la primavera (boshonto).

A scandire il passaggio delle stagioni, diverse tradizioni e usanze che, essendo legate ai cicli della natura, coinvolgono i prodotti della terra e quindi il cibo.

Queste tradizioni fanno parte della ricca e meravigliosa cultura di questo paese e della vita di ogni Bengalese.

L’inverno in questo senso è la stagione più ricca. Ci si accorge che l’inverno è arrivato non tanto per l’abbassamento della temperatura, quasi impercettibile, salvo qualche giorno, e poi solo la mattina e la sera quando la temperatura scende a 10/15 gradi qui a Dhaka, per salire fino a 25/30 a mezzogiorno, ma per una serie di “cose” che cominciano a vedersi per strada: persone con la sciarpa avvolta attorno al capo a coprire le orecchie come avessero appena avuto un’operazione chirurgica, e legata attorno al collo, oppure quelli che indossano i paraorecchi, come occhiali da sole da fissare sulla nuca che danno all’infreddolito portatore quel look da mosca molto chic, le camionate di cavolfiori che arrivano dai distretti fuori Dhaka nei mercati centrali della città (e introvabili durante il resto dell’anno), i campi di badminton, costruiti in fretta a volte anche nelle stradine, tra un edificio e l’altro che quando ci passi a piedi o in rickshaw ti abbassi tu per non scomodare loro, quasi scusandoti e cerchi di fare più in fretta possibile per non disturbare il gioco, le case addobbate di luci che sembra natale e invece è segno che lì c’ è un matrimonio e infine le mie amatissime pitha, buonissimi dolci di farina di riso che preparano e vendono per 10 centesimi ad ogni angolo di strada.

 

I giorni invernali sono quelli che ogni Bengalese ricorda con più nostalgia ed emozione soprattutto per il rito della preparazione delle pitha. Lo sa bene mia suocera e in generale le donne della sua età. Quando era bambina aspettava con trepidazione l’arrivo dell’inverno e in particolare il giorno in cui si faceva il raccolto del riso che, a quei tempi, veniva letteralmente ammassato in una stanza della casa ancora grezzo. Il nuovo raccolto portava ricchezza nelle tasche dei proprietari terrieri e dei contadini e con i soldi nuovi vestiti, matrimoni (per questo ancora oggi l’inverno è la stagione dei matrimoni) e tanto cibo buono  da preparare con il riso nuovo.

 

 

Come non crederle allora quando racconta di quei giorni con gli occhi lucidi seduta su un terrazzo di un appartamento di Dhaka che da su una strada rumorosissima sia di giorno che di notte. Suo padre, il nonno di mio marito, faceva il commerciante e per questo, da un paesino al centro del Bangladesh, si era trasferito a sud lungo la costa dove arrivavano e partivano le navi. Li aveva portato la sua famiglia e la moglie non prima però di averne preso un’altra da lasciare al paese natio a guardia dei terreni che possedeva attorno a casa, “cosi tanti da non vederne la fine”, mi dice mia suocera. Nei giorni da bambina, quando ancora abitava lì, l’emozione dell’arrivo del nuovo raccolto era fortissima e non vedeva l’ora di vedere sua madre preparare con l’aiuto delle sorelle, cognate e vicine tutto il necessario: dalla farina di riso, alla melassa di canna da zucchero, dal khejur (il siero proveniente dalle palme da datteri) al cocco grattuggiato.

 

 

E cosi’ l’evento diventava non solo la celebrazione del nuovo raccolto ma anche la celebrazione e il consolidamento dei legami con i membri della famiglia e del vicinato.

Si ricorda ancora l’emozione di svegliarsi la mattina presto al profumo di riso e melassa e al calore del vapore su cui erano messe a cucinare. L’immagine della madre ancora viva nella memoria, dieci chili di riso da sgranare a mano da una parte, dieci chili di melassa dall’altra, la gestualità sapiente delle sue mani, l’infinita pazienza e la dedizione monacale alla cucina per regalare ai figli delle prelibatezze. Le bambine venivano invitate a partecipare a questo rito, prima solo come spettatrici, su uno sgabellino di legno (pir), immancabile ancora oggi nelle cucine bengalesi, su cui sedersi in cerchio attorno al fuoco. Quando erano un po’ più grandi, passavano alla decorazione vera e propria. “La mia prima pitha, verso i dieci anni, fu un disastro”, ricorda. Ci vuole manualità, pratica e qualche segreto. Tutte le donne bengalesi hanno segreti culinari che custodiscono con gelosia. “Quanta acqua ci vuole perchè l’impasto non risulti appiccicoso? Un po’”, mi risponde. “E quanto tempo ci vuole per sciogliere la melassa? Quando diventa di un bel colore ambrato, ma senza farla bollire, senno la puoi buttare. Si, ma quanti minuti? Eh, mica si aveva l’orologio al polso a quei tempi!”

Ci sono quelle cotte a vapore con la melassa e il cocco, quelle fritte nell’olio con il ripieno di melassa e cocco  oppure quelle cucinate nel latte speziato con chiodi di garofano, cardamomo, foglie di alloro e melassa. E poi ci sono le nakshi pitha, le mie preferite. L’impasto di farina di riso viene tagliato della forma voluta, di solito un fiore, un uccellino oppure semplicementi dei disegni tipici bengalesi che poi si ritrovano anche nei tessuti di certi sari o nelle decorazione all’hennè delle mani delle spose e successivamente intagliato con un bastoncino. A volte viene inciso nel mezzo l’iniziale del nome del figlio o della figlia oppure, le più maliziose, l’iniziale del nome dell’innamorato da offrire all’interessato quando si presenta a casa, veicolo di un piccolo ma preciso messaggio d’amore. Vengono poi fritte una prima volta nell’olio e ripassate nel sugo bollente di melassa diluito con acqua.

“Per me preparare pitha significa riportare alla mente il periodo più felice della mia vita, quando si viveva tutti insieme” mi confida, lo sguardo perso a fissare un orizzonte che a Dhaka non significa altro che decine e decine di tetti di case di cemento piatti, bianchi, con la biancheria stesa ad asciugare.

Poi a quattordici anni fu data in sposa e la vita per lei di punto in bianco cambiò.