Bene, ce l’abbiamo fatta anche quest’anno! Ovvio, ad essere una delle città più invivibili al mondo; peggio di noi solo Damasco. Su 140 città sparse in giro per il mondo, secondo lo studio dell’Economist Intelligence Unit, Dhaka risulta penultima.

I parametri sono sempre quelli: accesso alle strutture sanitarie, infrastrutture, cultura e ambiente, stabilità e istruzione.

Visto che ci vivo, mentre quelli dell’Economist Intelligence Unit no, mi permetto di proporvi la mia interpretazione di questi indici.

Sanità: i poveri vanno nelle strutture pubbliche, dove sono assistiti gratuitamente; i ricchi, beh, che problemi hanno? O pagano le strutture private oppure se ne vanno all’estero, taluni anche per curarsi il raffreddore. Se sei dipendente statale hai un’assicurazione medica, detratta dallo stipendio, se sei privato t’arrangi, nel senso ti fai un’assicurazione privata oppure, se l’azienda è abbastanza grossa, se ne occupa lei. E poi, mal che vada, ci sono sempre le mega collette fra amici, conoscenti, colleghi e anime buone in generale.

Infrastrutture: rete stradale a Dhaka: insufficiente, fuori: abbastanza disastrata; poi se ci mettiamo autisti incompetenti e scavezzacollo, la situazione non è molto rosea. Però ci sono, grazie alla nostra primo ministro, importanti progetti già partiti o quasi conclusi: un mega ponte sul fiume Padma (o Gange), una centrale nucleare, una metrorail sopraelevata a Dhaka, varie sopraelevate, sempre a Dhaka, water taxi per collegare la citta’ da sud a nord, ecc.

Cultura: paragonare la cultura del Bangladesh con quella di Vienna, al primo posto, o di Melbourne, al secondo posto, è francamente un’idiozia. Eppure l’hanno fatto.

 

Stabilità politica: in Bangladesh ci sono praticamente due partiti: l’Awami League (ora al governo) e il BNP (partito nazionalista) che non ha partecipato alle ultime elezioni perchè, secondo loro, erano manovrate, per cui di fatto non esiste un’opposizione. Grazie a questo tranello, S H è riuscita a far approvare numerosi progetti, alcuni buoni altri meno, senza ostacoli. Ma questa non nè democrazia, ne’ rispetto del diritto di poter discordare dalle linee del governo. Ssshhhhh, la Grande Sorella ci sta ascoltando!

Istruzione: a detta delle mie due figlie, gli studenti italiani fanno la pacchia. Qui sono sempre sotto pressione con esami, test e un curriculum molto elaborato; i metodi di studi non saranno all’avanguardia ma efficaci. Chi sopravvive alle scuole bengalesi può sopravvivere a tutto nella vita. Ed infatti ogni anno, gli studenti bengalesi si portano a casa una buona manciata di medaglie d’argento e  di bronzo alle olimpiadi internazionali di matematica, fisica e biologia. Quest’anno abbiamo avuto anche due medaglie d’oro! Si tratta di talendo ma non solo: vivere in un paese in via di sviluppo, di poche risorse è una motivazione fortissima a fare meglio degli altri e a non spaventarsi delle difficoltà. A livello universitario, siamo messi un po’ male. L’università statale di Dhaka, anche se la migliore del paese, non è mai entrata in nessuna graduatoria internazionale. L’ambiente molto politicizzato non premia il merito ma l’attivismo politico sia degli studenti che dei professori. Chi viene assunto non può più essere buttato fuori neanche se è professionalmente o moralmente incompetente.

 

Detto questo, ci viviamo, ci lamentiamo piu’ o meno come fanno tutti, ci divertiamo.

E poi, ad essere sinceri, come si fa a dire che si vive male quando puoi avere un cuoco che si occupa delle esigenze del tuo palato, un autista che ti porta dove vuoi, quando vuoi, domestiche a volontà: una che stira, una che pulisce la cucina, una che pulisce i pavimenti, una che si occupa dei bambini, una da mandare al negozzieto all’angolo quanto ti manca, che ne so… il sale, una che ti spinge il carrello al supermercato!

 

 

Se proprio Dhaka si merita il penultimo posto è sicuramente per questi parametri: rispetto del bene pubblico – inesistente-, senso civico e morale – pochino -, buon senso – questo sconosciuto!

Per il resto, life is good here! O non cosi male come vogliono farvi credere.