Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Era come l’arrivo del giorno, dopo una notte in cui avevo avuto paura del buio. A casa, arrivava l’aria natalizia e mia madre si trasformava nell’elfo dei nostri sogni, addobbando di luci e di profumi di dolci il nostro appartamento di Salerno.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Il tavolo che si spostava verso la parete e mio padre che diventava architetto del presepe, per me, piu’ bello di tutti: con la sua fontana, il laghetto e le pecorelle che – spesso – cadevano e, io, le rimettevo a posto. Ricordo il sughero, il muschio e i re Magi che dovevano essere spostati un po’ alla volta per arrivare davanti alla grotta il 6 gennaio.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Il delirio di telefonate, con una famiglia troppo numerosa, per negoziare il menu’ e dividersi gli acquisti. Con mio padre, in sottofondo, che diceva “non comprate troppe cose, pensate a chi non puo’ permettersi nulla”. A sentire lui, pensavo che fossimo una delle famiglie piu’ ricche della terra. Noi che potevamo permetterci quei tre giorni di assoluta’ felicita’: dalla vigilia a santo Stefano.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Quando sono diventata abbastanza grande per diventare aiuto di mia madre in cucina. Ricordo l’anno in cui, in attesa dell’operazione al cuore, non poteva cucinare e io scoprii di essere cuoca che voleva solo deliziare il mondo con le sue crepes e le sue zeppole fritte.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Il cinema con i cugini. La Tombola e il Mercante in Fiera. L’odore di buccia di mandarino. L’insalata di rinforzo. I finocchi sempre a portata di mano. Gli strufoli che sembravano auto riprodursi. Il via vai di amici che rendevano quel cerchio di un paio di decine di persone, ancora piu’ ampio.

Lo ricordo. Lo ricordo benissimo. Il letto di mia zia Elena dove mi risvegliavo con le mie cugine, Gabriella e Silvana, tardi, con gia’ odori di sugo e “friarielli” che, pero’, non ci distoglievano dal nostro rito del pandoro inzuppato nel latte. Della passeggiata a Lungomare. Del ripasso dei regali aperti la Notte della Vigilia.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Ogni augurio lontano che ho scambiato con mia madre che – per la prima volta – scopri’ con parole interrotte dalle lacrime. E quelle dirette video, benedetta tecnologia, per piombare a tavola, mentre tutti erano impegnati a contendersi un pezzo di maiale della minestra “maretata”. Ed essere felice comunque. Come se fossi carne di quella carne. Come in realta’ sono.

 

 

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Il Natale a New York, in cui finalmente realizzai che non esiste solo la Chiesa, ma mille religioni, mille volti, mille sapori e mille sorrisi. In cui, la solitudine della distanza non e’ mai separazione perche’ ci sta chi e’ distante proprio come te e sa. Ti legge dentro. E ti abbraccia.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Alla Vigilia di Natale e a Natale, puoi camminare per strada da solo e sentire che questa citta’ non consente la solitudine. Ogni volto che incontri per strada, sebbene senza nome, ti sorride di parole di buone feste. E ti avvolge con i profumi di quell’infanzia. Ti racconta la storia di un presente che e’ figlio di quel passato e per questo mai domo. Per questo sempre pieno di luci, anche quando sembra che stia per calare la notte.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Quel Natale in cui seppi che Serena sarebbe venuta al mondo e le scrissi una lettera. E un’altra, pubblicata in un giornale, per lei e Cristian. Quest’anno ho scritto un racconto. Per l’amore. Per una citta’. Per un uomo. Per mia madre.

Perche’ io lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. Che Natale non ha nulla a che fare con tante cose. Eppure e’ un momento in cui io mi ritrovo bambina, con mia madre che mi pettina i capelli in codine e mi stringe la sciarpa intorno al collo e di cui, allora, mi sfuggiva quell’ultimo rapido sguardo. Quello in cui mi adorava. E che ho ritrovato negli anni. Insieme alle sue ricette.

Lo ricordo. Lo ricordo perfettamente. E l’anno prossimo portero’ a New York, il presepe di papa’. E rialzero’ le pecorelle. E spostero’ i Magi. Io che non sono credente. Credo nella felicita’.