L’ultima volta che ho respirato il respiro di Dorothy, la mia amatissima compagna pelosa, era l’8 giugno. Erano le 14.37. Faceva caldo, ma non troppo. Poche ore prima, per impedire al dolore, che mi aveva gia’ invaso ogni molecola, di bloccarmi il respiro, mi misi a seguire, in TV, la testimonianza di Comey, l’ex numero uno dell’FBI, che raccontava delle pressioni ricevute da Donald Trump, in un paio di incontri, per lasciar cadere le indagini sui suoi “uomini”.

Seguivo Comey e Dorothy dormiva sul suo cuscino. Sembrava un giorno qualsiasi. Alle 14.22 arrivarono la veterinaria e l’infermiera. Alle 14.45, un omone grosso, Frank, mi chiese il permesso di intromettersi nella mia vita, per portarmela via.

Per la prima volta, alle 14.46 dell’8 giugno, fui veramente sola a New York.

Chi sottovaluta la depressione sottile e pungente e asfissiante e lacerante che accompagna la perdita di un cane, probabilmente non ha mai vissuto in totale simbiosi con un altro essere vivente. Senza crisi, senza incomprensioni, senza drammi. Solo perfetta sintonia.

Per 14 anni e 5 mesi, Dorothy ha reso la mia solitudine mai vera. Mai totale. Mai assoluta. Quando apro la porta, ogni giorno, ogni volta, ogni maledetta volta, da quasi quattro mesi, io mi sento spaventosamente sola. E vorrei restare li, con la chiave nella toppa e poi sedermi sull’uscio e raggomitolarmi fino a scomparire. Fino a non sentire piu’ nulla.

Non so quanto mi manchi un cane. So che mi manca lei. Dorothy.
In questi mesi ho scritto poco o niente. Scrivere e’ spesso atto dolente e, dunque, impossibile quando sei già in piedi a fatica.

Stasera mi sono seduta alla mia scrivania, in quest’angolo di stanza che guarda verso il New Jersey e verso l’Hudson. Lei amava venirsi ad adagiare ai miei piedi mentre, cullata dalla ninna nanna dei tasti, si addormentava serena.

Mi sono seduta per scrivere un post sul tempo a New York che corre veloce, più veloce che altrove. E ho colto il rosa di un tramonto rapido, come rapidi sono quelli autunnali, in cui il sole, piu’ debole, sembra volentieri, senza resistenza, cedere il passo alla notte. E mentre la luce che mi ha riportato a lei, con tenera violenza, si e’ spenta, le finestre di fronte si sono illuminate, una dopo l’altra e, nella quiete di una giornata che comincia a riposarsi, ho sentito il vento portare fin qui, nel mio angolo, la melodia di un sassofono che suonava New York New York.

Ed ho avuto voglia di farvelo sentire, ovunque voi siate.
Perche’ a New York si arriva, quasi sempre, cosí soli, che “soli” non lo si e’ poi mai davvero: si e’, infatti, in compagnia della propria consapevolezza di essere “isole” su un’isola. Eppure, proprio per questo, proprio perche’ in larghissima maggioranza arriviamo tutti da luoghi, lingue e colori diversi, qui e’ normale che, all’improvviso, qualcuno ti prenda per mano, ti offra una spalla per piangere, ti abbracci forte in silenzio.

Non c’e’ stato un solo momento, in dieci anni, in cui New York mi abbia, davvero, lasciata sola. Come quella sera, in quel primo inverno, con un freddo da ghiacciare persino la paura e il portafogli sempre troppo vuoto. Il calore di un bar per poter, poi, affrontare quegli ultimi cinque blocchi fino a casa. Due occhi azzurri che ti sorridono all’improvviso e una chiacchiera che diventa aperitivo e poi cena. E finalmente fuori la neve. La mia prima neve in citta’.

E un bacio, inaspettato, come nei film, come quello del soldato e l’infermiera, dopo la guerra. Un bacio da Hollywood, a Manhattan. Non ricordo nemmeno il suo nome.

Ma ricordo il bacio. Fu il bacio che mi risveglio’, come una Cenerentola che non ha bisogno di un principe per realizzare i suoi sogni. Solo di stare sveglia. E stare svegli a New York e’ fantastico. Perche’ lei, che non dorme mai, non ti lascia mai veramente da sola.

AV 😉 
“Stay hungry, stay foolish”

 
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