Dhaka è conosciuta come la capitale mondiale dei rickshaw; ma in realtà il rickshaw è nato in Giappone nel 1870. All’inizio erano trainati a mano e successivamente fu attaccata una bicicletta. Arriva in Bangladesh solo negli anni 30. Anche il termine ‘rickshaw’ è di origine giapponese e vuol dire ‘mezzo trainato da un uomo’. E’ lungo 2.40 cm, largo 1.10 cm e pesa circa 90 kg, il sedile è lungo 60 cm in grado di ospitare comodamente due persone di costituzione media.

Il rickshaw, praticamente una bicletta a tre ruote, è il mezzo di trasporto più conveniente, romantico ed esteticamente bello di Dhaka. Nella parte vecchia della città è l’unico mezzo di trasporto che riesce a infilarsi tra le viuzze strette e affollatissime dei quartieri scampanellando di continuo per passare tra la gente che, al suono inconfondibile, a volte accompagnato da qualche colorita espressione, si schiaccia contro i muri delle case per farlo passare.

Porta generalmente passeggeri di varia altezza, peso e forma, un massimo di quattro, ma non di rado si vedono anche rickshaw carichi di merce con il proprietario appollaiato pericolosamente in cima.

Un mezzo di trasporto ecologico, silenzioso usato per brevi tragitti, in media quattro chilometri, da tutti, da chi non ha la patente o la macchina, dalle coppiette in cerca di privacy che approfittano del tettuccio alzato per non farsi vedere, dagli anziani e dai disabili che non sono in grado di utilizzare gli autobus, che bisogna prendere letteralmente al volo – già lo sapete – e scendere quando è ancora in corsa, magari in mezzo alla strada, perchè ad accostare si perde tempo, con le macchine che ti passano di fianco, davanti e dietro schivandoti ma senza mai fermarsi.

Si chiamano al volo con un’alzata di braccio come i taxi a New York oppure, se sono fermi a bordo strada, con queste parole: Hey, khali, jaba na ki? (che letteralmente vorrebbe dire: ehi, tu che sei vuoto vuoi andare si o no?)

A Dhaka ci sono poco più di un milione di rickshaw; quelli legalmente registrati sono solo centomila. Il comune di Dhaka ha smesso di rilasciare le targhe ufficiali più di trent’anni fa con la scusa che contribuiscono ad aggravare la situazione del traffico in città già di per sè molto caotico.

Ce ne sono talmente tanti che sono diventati il simbolo di Dhaka, la sua caratteristica principale, un’attrazione turistica per gli stranieri che li amano, li apprezzano e li usano ogni volta che possono. Fanno parte integrante del paesaggio urbano ma non solo, sono anche pezzi di arte e cultura popolare itineranti. Danno lavoro ad almeno un altro milione di persone se si includono gli artigiani che li costruiscono, gli artisti che li dipingono, i meccanici che li riparano, i proprietari che li danno in affitto e tutta una serie di piccole industrie che ne costruiscono i pezzi in metallo, che forniscono ruote, ecc.

La ‘rickshaw art’, cioè la tecnica di pittura e i temi rappresentati sui vari pezzi di metallo che compongono il rickshaw, è diventata un’arte vera e propria con artisti che sono diventati negli anni leggende del Bangladesh e anche un sito online, chiamato ‘Rickshaw art in Bangladesh’ che vende i pezzi dipinti anche e soprattutto all’estero. Ci sono dei temi ricorrenti che vengono usati dagli artisti: eroi ed eroine di film famosi, dei e divinità induiste, paesaggi e scene di vita rurali, uccelli e animali esotici, monumenti.

I pezzi sono dipinti da artisti indipendenti, che lavorano in piccolissimi laboratori da soli o magari con un solo apprendista giovane che porterà avanti il lavoro quando loro saranno troppo vecchi per farlo. Sono persone senza istruzione accademica nel settore che hanno imparato l’arte da soli o dal loro maestro seguendo il loro talento naturale per la pittura. Nonostante il numero elevatissimo di rickshaw, gli artisti decoratori sono molto pochi. Un artista in media non riesce a completare più di due/tre placche al giorno che vende a circa 5 Euro ciascuna.

Costruire un rickshaw è abbastanza complicato, ci si affida ad artigiani e meccanici che, come gli artisti, hanno imparato il mestiere ‘guardando’ il loro maestro. Se fossero fatti da veri e propri ingegneri, forse sarebbero più precisi nelle manovre, piu leggeri e sicuri. Ci fu una volta un gruppo di ingegneri dell’università di Dhaka che provarono a proporre delle migliorie per esempio l’utilizzo di materiali diversi per renderli piu’ leggeri, un sistema di marce per renderli meno faticosi da tirare, uno sterzo meno rigido per renderli piu maneggevoli, l’abbassamento della seduta per renderli piu stabili – in curva a velocità sostenuta rischiano di capovolgersi, e soprattutto qualche molla sotto il sedile: ora, se il rickshaw wala prende una buca ti sale lo stomaco in gola e se viaggi su una strada dissestata magari dopo un bel acquazzone monsonico, hai il mal di schiena garantito per una settimana. Purtroppo non se ne fece nulla, perchè, a quanto pare, il rickshaw wala è soddisfatto del rickshaw cosi come sta.

Nonostante l’immane fatica giornaliera, un rickshaw wala guadagna circa 100 Euro al mese facendo un turno di otto ore al giorno, dalle sei alle due del pomeriggio oppure dalle due alle dieci. Si trovano facilmene rickshaw fino a mezzanotte/l’una soprattutto nelle zone più trafficate.

Sono pochi quelli che possiedono il rickshaw, la maggior parte dei rickshaw wala affittano il rickshaw su base giornaliera per circa 1 Euro al giorno. Un rickshaw può costare dai 100 ai 300 Euro, in base alla bellezza delle decorazioni. Anche l’affito segue questa logica: più il rickshaw è bello e più l’affitto è alto.

La tariffa media a chilometro è di 15 taka (circa 13 centesimi di Euro); sale se piove o fa molto caldo, se i passeggeri sono più di due, se è un giorno di festa o se il rickshaw rimane bloccato nel traffico per molto tempo. Ovviamente il tariffario non è fisso, ma nei casi che vi ho appena detto sta al passeggero rispettare la richiesta del ricksha wala di esigere un po’ di più.

La mia oramai indiscussa abilità di barattare mi garantisce sempre una tariffa equa, pago quello che pagherebbe un bengalese ma a fine corsa il mio rickshaw wala si ritrova sempre con almeno 10 centesimi in più; c’è chi li accetta con un sorriso, chi se ne va di corsa nel caso ci ripensi; c’è anche chi di primo acchito li rifiuta. ‘Facciamo finta che ti offra un te’’, gli dico, e allora se ne va contento.

Poveri si, ma con dignità da vendere.