Le prime lacrime che mi hanno rigato il viso, prima di fare un cerchio intorno alle labbra e costringermi a togliere gli occhiali, sono arrivate inaspettate. Era tempo che desideravo finalmente vedere “Lady Bird”, di cui avevo sentito commenti positivi, ma aspettavo la mia “Movie Pass” per andare. La Movie Pass e’ una tessera che costa 10 dollari al mese e ti permette di vedere un film al giorno al cinema. Una cosa meravigliosa, soprattutto se si considera che dopo le 12 (gli spettacoli al cinema, in USA, iniziano alle 9 del mattino) il biglietto costa 16 dollari.

Insomma, appena ricevuta la carta, ho fatto la lista dei film da vedere e ho deciso di iniziare da “Lady Bird”, candidato all’Oscar come miglior film. Devo confessare anche che amo pazzamente Saorsie Ronan, dai tempi di “Brooklyn”, uno dei miei film preferiti di sempre, un testamento alla vita degli immigrati e al loro perpetuo senso di essere spezzati in due, fra la vita di prima e quella di dopo; non credo, pero’, che questo abbia influito sul mio giudizio tanto che all’inizio la storia mi ha lasciata abbastanza indifferente.

Poi, pero’, e’ stato un crescendo di emozioni, culminate nella scena finale che mi ha scoperta a singhiozzare con davvero poco ritegno. Se un film riesce a rappresentare una parte di te, a raccontarla e visualizzarla in maniera cosi’ precisa, allora, non puo’ non avvolgerti l’anima. E io mi sono riconosciuta in quel rapporto tormentato fra madre e figlia, la prima in cerca delle stelle, ma terrorizzata da questo suo desiderio, la seconda severa e pragmatica, solo per consentire alla figlia di volare. Perche’ non si potra’ mai volare se non ci saranno state date ali forti, capaci di affrontare le tempeste.

 

Da quando mia madre e’ mancata, senza che potessi augurarle neppure buonanotte, mi chiedo spesso se io sia riuscita, soprattutto negli ultimi anni, quelli di questo mio “viaggio” alla ricostruzione di me stessa, a dirle “grazie” come meritava. Perche’ glielo ripeto tutti i giorni instancabilmente. Perche’ solo il suo volermi pettinata, mi ha dato la forza di uscire senza aver incrociato la forma di un pettine.

E “Lady Bird” compete, nella mia ideale classifica per gli Oscar, con un’altra pellicola candidata alla statuetta per miglior film, “Call me by your name”. Anche qui, mi sono ritrovata figlia, mentre mio padre recitava sullo schermo, grazie a uno straordinario Michael Stuhlbarg, il monologo che a ogni figlio dovrebbe essere lasciato in eredita’, con un orologio da polso e qualche ricetta di cucina per le giornate senza soldi. Ho rivisto mio padre che mi diceva che potevo essere tutto, se solo avessi avuto coraggio, che potevo guardare in faccia la bellezza del vivere senza paura di restarne ferita, anche se poi sarebbe, inevitabilmente, successo, perche’ avrei conservato quella bellezza per sempre.

 

A darmi forza. Solo negli anni ho compreso che essere “tutto” non significava necessariamente un lavoro, una famiglia, un ruolo: essere tutto significava amarsi abbastanza da non cedere mai il passo alla rassegnazione, alla noia della confortante quotidianita’, al terrore di essere sconfitti, di perdere, di essere disillusi. Negli anni, grazie a mio padre, ho scoperto che, essere “tutto cio’ che volevo”, era semplicemente, faticosamente, “essere”.

Ho avuto la fortuna di essere figlia. Amata. E messa alla prova, contestata, criticata, ridimensionata e, a volte, imbrigliata, solo perche’ imparassi a superare le prove, a diventare contestatrice io stessa, a comprendere che le critiche esigono risposte e non sono condanne e che solo dalle briglie ci si puo’ liberare, non dalla liberta’.

Ho avuto la fortuna di essere figlia. E sono grata a questi due film, per avermelo ricordato. Dopo le lacrime ho guardato l’orologio di mia madre, ho ritrovato le sue ricette e ho riletto una delle lettere che mi ha scritto mio padre. E mi sono sentita invincibile. Mi sono sentita “tutto”.

AV;)

Non chi comincia ma quel che persevera- Not who starts, but who perseveres

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