Per motivi piuttosto inspiegabili ho sempre lavorato in aziende che hanno a che fare con la Sanità, gli ospedali, la sofferenza.

Quando cominciai a lavorare, ormai tanti anni fa, la mia conoscenza della struttura “ospedale” era molto limitata; c’ero stato in visita a qualche parente malato o per la nascita del bimbo di un amico.

Per me fu abbastanza pesante cominciare il mio percorso di formazione professionale rimanendo per oltre una settimana presso un reparto di Nefrologia per cominciare a capire cosa fosse la dialisi, l’ultima possibilità – prima di un eventuale trapianto – a cui si ricorre per sopperire all’insufficienza renale cronica.

Ricordo che rimasi impressionato nel vedere in ospedale, a giorni alterni, sempre le stesse persone che si sottoponevano ad un trattamento che durava mediamente 4 ore; erano persone anziane ma anche giovani, e la prima cosa che dissi a me stesso fu: “Quanto sono fortunato a non essere in queste condizioni che hanno un impatto così forte sulla vita, sull’organizzazione della giornata, sulle possibilità di fare quello  che ti va …”; il senso di forte dipendenza dal trattamento – necessario tanto da essere definito “salva vita” – era qualcosa che mi lasciava sconvolto, qualcosa a cui non avevo mai pensato prima di allora.

Tuttavia, le esperienze personali più dure, le ho vissute in un reparto di Oncologia Pediatrica… non ero ancora diventato papà ma le volte che mi capitava di visitare un reparto come quello confesso che non riuscivo a non piangere, sia prima di entrare, sia dopo, all’uscita. Era un evento che segnava la mia giornata e che, inevitabilmente, mi portava a riflettere e in qualche modo mi dava la carica per cercare di fare qualcosa, di fare di più, per quei piccoli pazienti.

Per tanti anni ho lavorato dietro una scrivania ma di recente, sempre per motivi di lavoro, ho ripreso a frequentare alcuni reparti ospedalieri.

Sono cambiate tante cose, la tecnologia è entrata in modo importante nel trattamento di tante malattie, di molte patologie si sa ormai tutto e si sa bene come affrontarle. 

Persone stupende (medici, infermieri, personale amministrativo) ogni giorno continuano ad impegnarsi per fare il lavoro con impegno e coscienza.

Tuttavia, in molti casi, la sofferenza e la speranza negli occhi dei malati è ancora la stessa, al di fuori della finestra della stanza di un ospedale c’è un mondo che va, il desiderio di tutti loro è quello di tornare a farne parte il prima possibile. Questo elemento, rispetto al passato, non è cambiato.

Un altro aspetto, molto più personale, è rimasto uguale… non dico sempre ma spesso… continuo ad emozionarmi, anche se questo magari capita ore dopo che ho terminato la mia visita. Credo che, da questo punto di vista, non guarirò mai ma, detto fra noi, forse preferisco così, forse continuare ad avere questo tipo di reazioni (che io faccio dipendere molto dalla sensibilità) è proprio lo stimolo principale che continua a mantenere elevato il mio impegno personale e a farmi andare avanti nel gestire situazioni emotive complesse che, da studente di Economia, non pensavo di dover affrontare.