No, non lo so cosa farei io se provassero a violentarmi. Ci penso poco e sempre, allo stesso tempo. Perché quando sei una donna, quella, crescendo, è una delle paure più grandi. Nemmeno essere violentati se si è uomini è una “passeggiata” – sia chiaro.

Eppure quando sei una donna e cresci, ti porti dentro questo peso enorme di non “fare la cosa sbagliata”. Di non provocare. Di non commettere una leggerezza anche se hai vent’anni. Di non essere troppo bella. Troppo felice. Troppo amichevole. O poco umile. Poco attenta. Poco accorta. Hai troppo seno o poco seno. Gonne troppo corte e pantaloni troppo stretti. Hai voglia di vivere, soprattutto, come chiunque e, quello, è un peccato originale gravissimo. Probabilmente se qualcuno, con una pistola alla cintura, provasse a violentarmi, per citare Troisi, mi sbottonerei persino i pantaloni per la paura che mi venga fatto ancor più male. Altro che urlare. Invece tutti hanno il decalogo di cosa fare e come reagire. Tutti hanno già deciso chi ha sbagliato, ancora una volta.

Recentemente mi è capitato un episodio di violenza. Non il primo. Ho avuto paura, ma me la sono cavata. Eppure ho sentito tanti, e non solo uomini, dirmi “la prossima volta stai più attenta”. No, non ero ubriaca; no, non era uno sconosciuto e no, non l’ho provocato.
Ma se una donna è persona e si relaziona a persone di sesso maschile, deve sempre, per la gogna mediatica, stare “più attenta”.

Più attenta a essere meno libera. Meno viva. Meno umana. E quel vostro illudervi che le vostre figlie, sorelle, madri non correrebbero questo pericolo perché loro sì “che stanno attente”, loro sì che non “si comportano con leggerezza” è la vostra peggiore condanna. La prigione in cui vi chiudete per non vivere e bisogna augurarsi che, mai, la vita vi “liberi” con un bagno di realtà, perché soccombereste.

No, non so cosa farei se qualcuno mi violentasse. Non so se urlerei. Se allargherei le gambe per rendere tutto più veloce (e voi non trovereste i segni di “violenza” perché certo “solo” quella è la violenza). Se tratterrei il fiato per non “sentire”. Se preferirei morire piuttosto.

So, pero’, che c’e’ un’altra violenza ed e’ quella di chi si sente in diritto di decidere chi puo’ o non puo’ definirsi vittima, basando questo giudizio sulla propria morale. Spesso piccola e provinciale.
Non so cosa farei se fossi violentata. So, pero’, che ho subito abusi sessuali sul lavoro e mi sono trovata sola. “E’ il prezzo da pagare” mi disse una donna alla quale avevo chiesto aiuto. Ne uscii distrutta. Per mesi fui perseguitata da minacce di morte. In questi giorni, scopro che sono una santa perche’ dissi di no, a essere stuprata. Io non mi sono mai

considerata una santa. Ma una vittima. Che finchè ando’ a lavorare in quel posto, perchè aveva un sogno, un’aspirazione, subi’ quotidianamente violenza e abusi. Per i quali nessuno ha mai pagato. No, non sono santa. Sono una vittima.

AV;)
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