“Chiunque uccida una persona ingiustamente, e’ come se avesse ucciso l’intera umanità” (Corano 5:32). Somayyah regge, con l’aiuto di due studenti, lo striscione della Scuola musulmana di Washington di cui e’ la preside e che, con centinaia di altre scuole ha occupato Pennsylvania Avenue per partecipare alla “March for our lives” organizzata dagli studenti di Parkland dopo la sparatoria del 14 febbraio scorso durante la quale hanno perso la vita 17 persone. Da allora, un movimento di ribellione, forte, inarrestabile, ha unito il paese da est a ovest, da nord a sud, per chiedere che vengano finalmente approvate delle leggi per limitare la diffusione incondizionata di armi.

Solo a Washington, sono circa 800mila i partecipanti, forse di piu’. Sicuramente piu’ di quelli che hanno partecipato all’inaugurazione di Donald J Trump il 20 gennaio 2017. Manifestazioni simili sono state organizzate in 800 altre citta’: ovunque i protagonisti sono i ragazzi e le ragazze.

Incontro Somayyah, mentre, stanca ma piena di emozione, mi avvio verso una strada laterale per ritrovare un po’ di copertura internet e controllare se mi sono persa qualcosa di importante. Sono attirata dalla sua pacatezza e dal suo essere l’unica donna in un gruppo di maschi che, pero’, la guardano attentamente per capire cosa fare.

Le chiedo se posso farle qualche domanda e lei dice di sì senza indugio. “La nostra religione – mi spiega – insegna che uccidere un innocente è un peccato gravissimo e quindi noi siamo per l’abolizione totale delle armi. Capisco, pero’, che questo sarebbe un passo troppo “radicale“ in questo paese e, perciò, chiediamo, almeno, che ci sia una stretta sulla circolazione delle armi automatiche e un controllo sulla fedina penale degli acquirenti”.

 

Mentre annoto le sue parole su un taccuino microscopico, mi rimbombano nella mente tutte le oltraggiose affermazioni razziste che quotidianamente ci capita di fare, equiparando tutti i musulmani ai terroristi, immaginandoceli, incondizionatamente, assetati di sangue e di violenza. Quanto farebbe bene, mi dico, ascoltare molte piu’ Somayyah, sedersi insieme a prendere un caffe’ o un te’ e imparare a conoscere quel mondo che frequentemente ci troviamo a odiare solo per paura, una paura ignorante. Invece, spesso, troppo spesso, viviamo chiusi nei confini dei nostri timori e dei nostri preconcetti che non permettono alla vita di sfiorarci nemmeno per sbaglio. Faccio una foto a Somayyah e ci salutiamo con un abbraccio.

Chissa perche’ continuo a pensare al suo sguardo dolce sotto il contorno del hijab bianco. Forse perche’ poi una delle prime persone a darmi una mano in un momento di bisogno, qui a NY, quando mi serviva un medico e non avevo assicurazione, e’ stata proprio una musulmana, ginecologo di grande prestigio e donna di enorme cultura e bellezza.

Di tanto sono grata a questo paese, ma sicuramente, e molto, di avermi fatto uscire dai miei confini, non solo geografici, ma soprattutto da quelli che avrebbero potuto tenere la mia vita ancorata a un pezzo di terra senza mai farmi spiccare il volo, nonostante i numerosi e lunghi viaggi in aereo.

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