Quando vivevo a Napoli, e Napoli era una citta’ non solo di “cuore” (tante altre lo sono) ma anche aperta alla diversita’ e con un’umanita’ unica, tutte caratteristiche che, ahime in gran parte, si sono perse nel tempo per lo scempio e la degenerazione della politica e della societa in generale (altri non le avevano mai avute, lo chiarisco perche gia’ sento le sirene di chi si sente costretto a difendere una citta che sto elogiando invece) frequentavo sempre scuole di danza perche’, da grande, avevo scoperto che volevo ballare.

In una di queste conobbi una ragazza. Bella bella e simpatica. Si chiamava Paola. In quella scuola un po’ “chiattilla” era l’unica con la quale legai.

Un giorno Paola mi invito’ a casa sua. Io accettai immediatamente. Lei mi guardo’ e mi disse: “non hai problemi con il mio cognome?” Io pensai e ripensai e non capii. 
“Sono ebrea” mi disse. E per me fu come se mi avesse detto “sono un esperto di energia nucleare applicata alla quantistica per combattere la cellulite”. In sintesi non capii perche la cosa dovesse interessarmi.

No. Non applaudite il mio “non razzismo”. Ero razzista e anche ignorante. Solo che entrambi – grazie all’educazione ricevuta – non mi avevano spinta a comportarmi da lurida pezzente, ma mi avevano conservato civile umanita’.

Non sapere e non capire e’ come oggi dire “io nemmeno li vedo i colori della pelle”. Sbagliato. I colori vanno visti e guardati e riconosciuti e accolti come ricchezza e come elogio della diversita’. Noi non dovremmo mai dire cose tipo “io LI accetto”, “io LI considero come me” “io sono come loro”. Noi siamo PER FORTUNA tutti diversi. E UGUALI nella nostra diversita’. Non vedere e’ cecita’. Accettare e’ superiorita’. Considerare altri “come noi” e’ arroganza.

A NY, vivendo qui, ho imparato a riconoscere i miei limiti. Il mio sotterraneo razzismo che solo la civilta appresa dai miei genitori teneva a bada. Ho conosciuto gli ebrei. E li ho visti: ho visto la loro diversita’ e ho voluto saperne di piu’. Ho imparato molto della loro cultura, della loro straordinaria storia, dei loro simboli. Gli ebrei a NY peraltro sono quelli che piu’ mi hanno aiutata e sfamata quando necessario.

A NY, vivendo qui, ho imparato che se hai quasi solo amici bianchi ti devi fare delle domande. Se hai quasi solo amici etero ti devi fare delle domande. Se hai solo amici cattolici ti devi fare delle domande.

A NY ho imparato a farmi delle domande. Ad accettare che fossi meno “democratica” di quanto pensassi.

Qui e’ piu facile chiaramente perche e’ una societa multietnica e multirazziale. Eppure vedo italiani (anche altri ma mi occupo dei “miei”) vivere qui e non cambiare di un centimetro le proprie posizioni razziste che non sembrano (a loro) razziste.

Se incontrassi oggi Paola riconoscerei il peso di quel cognome, dei campi di concentramento, delle leggi razziali che gli italiani appoggiarono e che ridussero la sua famiglia a dei numeri scritti sulla carne. Se incontrassi oggi Paola le chiederei di raccontarmi. Le chiederei scusa ancora. 
Se incontrassi Paola oggi l’abbraccerei.

Perche’ oggi vedo. E quello e’ il primo passo per combattere le nostre tenebre.