Ho sempre odiato febbraio. Il suo essere breve. Piovoso. Senza feste, anzi con una sdolcinata che mi da’ la scarlattina. Spesso, abbinata al Carnevale che mi mette tristezza. Per non parlare di Sanremo che non ho mai guardato, non per essere chic, ma proprio perche’ mi annoia.

Ho sempre odiato febbraio. Forse per quello decisi di partire per New York a marzo, per dare alla luce e alla primavera il compito di tenermi stretta in quel viaggio di solitudine, pieno di ombre e di inquietudini. Che fosse vita almeno intorno a me, visto che non lo era piu’ dentro di me. Febbraio, mese odiato, andava bene per fare i bagagli, salutare, provare a non sentire niente e, allo stesso tempo, sentire tutto cio’ che avrei dovuto tenermi dentro, nei muscoli, come ossigeno.

E cosi fu. Undici anni fa, attraversai i giorni di questo mese come se stessi attraversando il corridoio che ti separa da un labirinto dal quale non sai se sarai piu’  capace di uscire. No, non c’era gioia in quel partire. Non c’era ottimismo e non c’era esaltazione. C’era stanchezza e c’era disperazione. E la voglia di ritrovarsi.

Ho sempre odiato febbraio. Finche’ ho smesso di odiare qualcosa che fosse vita. Finche’, anzi, la vita mi ha sopraffatta con tale irruenza che non ha lasciato piu spazio all’odio. Rabbia a volte, spesso necessaria. Inquietudine, perche’ e’ sotto la mia pelle. Paura spesso. Ma non odio.

Non ricordo quando abbia smesso precisamente di odiare febbraio. Insieme al resto. Sono certa, pero’, che fu in una delle mie passeggiate a Riverside Park con Dorothy, lei con il suo cappottino rosso che conservo con cura con tutte le sue cose, nascoste agli occhi ma non alla mia vita. Sono certa che fu mentre scendevo per la discesa che dall’altezza dell’84ma strada, porta verso la rotonda e di lí, ancora, con altre scale, verso quel tunnel ombroso che alla fine ha l’argento del fiume, lo skyline del New Jersey e il profumo della liberta’.

 

 

Sono certa’ che fu in una di quelle discese, sempre fatte con passo lento, sempre frenata dalla paura irrazionale che le discese e le salite mi trasmettono sin da bambina. Un contrappasso, visto che la mia vita e’ come le montagne russe.

Sono certa che fu in una di quelle discese, mentre Dorothy rallentava il suo passo per non tirarmi a terra, che sentii forte l’odore di Natale. A febbraio.

 

 

L’odore solido degli abeti, cosi inconfondibile e amato. Eppure non c’era un solo abete intorno. Scoprii, seguendo l’odore, che, poco distante c’era un punto di raccolta di tutti gli alberi lasciati in strada dopo le feste, dove li riducevano in piccole parti con le quali, grazie ad una macchina, coprivano tutte le aiuole prive di erba per il freddo. Quello strato di pezzetti di abete diventa come una coperta che fertilizza e, intanto, diffonde il suo profumo, tutt’intorno, per giorni e giorni.

In una di quelle passeggiate come Dorothy, smisi di odiare febbraio. Anzi, ne presi solo atto. Come potevo, poi, davvero averlo odiato, quando a Napoli mi travolgeva, proprio nello stesso periodo, il profumo della mimosa, delle viole e delle fresie? Non le mimose di marzo, ma quelle di fine gennaio e inizio febbraio sono da sempre le mie piu’ amate, con quel loro profumo intenso, come se volessero annunciare al mondo che hanno vinto sull’inverno, sul freddo, sulle ombre. Con quel loro giallo e il velluto di quelle palline che poi cadono ovunque e ti tengono compagnia fino alla ripresa del sole che acceca.

 

Undici anni fa ancora odiavo febbraio. Questo viaggio alla ricerca di me stessa, mi ha restituito anche il mio amore per questi profumi. Per queste passeggiate. Solitarie quest’anno, ma con lei, Dorothy, comunque, sempre al mio fianco.