Se ci viene chiesto di dare un giudizio su perfetti sconosciuti, sulla base di alcune caratteristiche personologiche, in parte positive e in parte negative, notiamo che le debolezze di un individuo ci colpiscono molto più dei suoi tratti positivi. Questa preferenza del nostro cervello per gli elementi informativi negativi è definita “effetto negatività” e ha radici molto antiche: in un ambiente ostile e davanti a situazioni dolorose o pericolose, il fatto che il cervello memorizzi con maggiore forza l’elemento negativo è un meccanismo salvavita. Il potere degli eventi negativi è stato dimostrato in contesti diversi, dagli eventi della vita, ai risultati delle relazioni interpersonali, fino ai processi di apprendimento.

 

 

Le emozioni negative, i cattivi genitori, i feedback non positivi  che riceviamo dai nostri colleghi hanno un impatto molto maggiore dei corrispettivi positivi, e in genere le informazioni negative sono elaborate in modo più approfondito. Questo vale anche per i tratti personali: gli individui sono più portati a evitare di raccontare i lati negativi del proprio carattere piuttosto che a mettere in luce quelli positivi.

Le cattive impressioni e gli stereotipi negativi si formano più rapidamente e sono più resistenti allo smantellamento di quelli positivi. Ciò non significa che il male trionfa sul bene, ma che ci vogliono più emozioni positive per aiutare a superare un emozione negativa, sembrerebbe che il rapporto è di 5 emozioni positive per sradicarne una negativa.

 

 

Il nostro cervello, quindi, non è portato  a vedere la vita in rosa, e il risultato di ciò è la sovrastima di possibili effetti negativi di qualsiasi situazione nuova azione diversa dal solito: un limite non indifferente, che è probabilmente all’origine anche della cosiddetta “mente conservatrice” . inoltre nel prendere decisioni, il pregiudizio di negatività induce il manifestarsi dell’avversione alla perdita: se crediamo che una certa decisione porti ad una perdita, nella maggio parte dei casi scegliamo di non agire, anche se il rischio di subire uno danno è inferiore alla possibilità di ottenere qualche beneficio.

 

 

Per fortuna che a salvarci dall’immobilismo e da una visione bigia del mondo esiste una categoria da cui attingere speranza, che contrariamente da quanto si crede, non sono i giovani, bensì gli anziani. Alcuni studi dimostrano che con l’età si tende a “soffrire” del pregiudizio inverso e a far predominare il bene sul male. Ancora non è stato chiarito se ciò dipenda dal decadimento delle funzioni cognitive o se è una forma di apprendimento della vita…ma ciò non importa, parlare con un anziano regala una ventata di ottimismo che può regalare una nuova prospettiva alle nostre grigie visioni!