Mentre aspettavo che il caffe’ fosse pronto, ho controllato il telefono. “Stai bene, Angie? Ah vedo che ti sei collegata, allora stai bene”. Il mio amico Antonio mi e’ sembrato subito troppo allarmato per il recupero da un’influenza che mi ha messo KO, ma che, pure, resta un’influenza. Ho risposto “Si si , solo mali di stagione”. Mentre scrivevo, pero’, le notifiche si sono moltiplicate cosi’ rapidamente, da farmi capire subito (vabbe’, diciamo, finalmente) che doveva essere successo qualcosa a NY.

In Italia, infatti, si era appena diffusa la notizia di quest’ordigno esploso a Port Authority, nei pressi di Times Square, punto nevralgico del trasporto cittadino, snodo di autobus, treni e metropolitane con milioni di viaggiatori in transito quotidianamente. Uno dei luoghi, soffrendo di una leggera forma di claustrofobia, che detesto di piu’ in citta’ e che mi fa fatica attraversare, quando vi sono costretta.

 

Inutile dire che, immediatamente, l’animo della giornalista, ha avuto la meglio sul caffè e sulla colazione, e mi sono attaccata alle news per saperne di piu’. E’ stato presto chiaro che non ci fossero state vittime gravi e questa – di tutte – era la notizia migliore. Nel giro di un paio d’ore, tutto e’ stato spiegato e sindaco e governatore si sono uniti in una conferenza stampa per ricordare che New York e’, e resta, un luogo simbolo da colpire proprio perche’ e’ la citta’ che accoglie (nel vero senso della parole) piu’ etnie, religioni, lingue e pigmentazioni della pelle di qualsiasi altro posto al mondo  e che nulla e nessuno ci convincera’ a cambiare questo dato di fatto. Dopo due ore i newyorchesi erano gia’ tornati alla propria normalita’, per una volta senza imprecare contro i quotidiani ritardi della metropolitana.

 

Eppure, come sempre, ho assistito a racconti di una citta’ bloccata, piegata, spaventata, terrorizzata, angosciata e in lacrime. Perche’ dalle proprie scrivanie, o dalle immagini che scorrono nelle news, si puo’ poi raccontare cio’ che si vuole, rischiando pure di essere credibili. Non si racconta, pero’, la verita’. Che di per se’ e’ gia’ un fatto grave. Che diventa, anche triste quando rivela che chi racconta, soprattutto da qui, descrivendo cio’ che non trova conferma nella realta’, non ha nessuna empatia con questa metropoli che accoglie tutti, persino coloro che la offendono, senza mai, pero’, per fortuna, renderli parte di se’ al cento per cento.

New York, da napoletana, mi ricorda costantemente il capoluogo partenopeo per molti aspetti. Per uno, pero’, in particolare: entrambe sono conosciute in tutto il mondo, ma entrambe sono spesso fonte di racconti senza verita’ e frutto di sguardi superficiali e stereotipati che potrebbero raccontare di Mosca o di Madrid nello stesso identico modo. Di New York puoi raccontare lo skyline senza mai aver capito che questa citta’ non e’ destinazione ma percorso; di Napoli puoi raccontare i vicoli senza mai esserteli sentiti addosso, senza mai averli guardati veramente in faccia.

New York e Napoli sono città complesse. E si lasciano usare facilmente perche’ e’ normale che di fronte alla complessita’ ci siano sempre solo due scelte: non svilirla accettando la sfida di scoprirsi migliori, o svilirla e spiegarsi tutto con quattro schemi messi in croce.

Quando si racconta una citta’, soprattutto nel dolore, bisogna conoscere quel dolore.

E allora non si potra’ neppure odiare come, schematicamente, si spinge a fare in queste occasioni.

Perche’ pensate che desolazione poi debba esserela vita di un 27enne che non esita a morire per farsi saltare in aria in una metro. Pensate a voi, che comprate regali, addobbate le case, preparate le calze per i vostri figli, i menu, i sorrisi, che vi innamorate, vi appassionate, sorridete per un paio di scarpe nuove. Pensate a voi che sapete incantarvi davanti al cielo. Che giocate nella neve come bambini. Pensate a voi che desiderate una pizza o una parmigiana o del sushi. A voi che vi incantate a guardare Michelangelo o un tramonto a Roma. Pensate a voi che avete bollette da pagare eppure vi esaltate per il gol della vostra squadra. Pensate a voi che soffrite per la perdita. E che respirate il respiro dei vostri cani. Penstate a voi, esseri umani che vivete, e sentite tutta la desolazione di quest’anima folle, accecata dalle ombre, assordata dall’odio. Pensateci. E non odiate. Abbracciate qualcuno diverso da voi. Stretto. Voi siete vivi. Lui no

AV;)

“Stay hungry, stay foolish”

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