Negli ultimi anni sono nate intorno a Dhaka, ma non solo, una serie di iniziative per lo più da parte di privati, più o meno riuscite, e un po’ per tutte le tasche, per sviluppare il turismo locale. Mi riferisco a quelli che in inglese verrebbero chiamati pic-nic spot o resorts: sono in effetti piccole aree riservate,  solitamente lungo la riva di un fiume, e qui ne abbiamo a bizzeffe, o di un laghetto naturale dove vengono costruite piccole residenze per trascorrervi la notte oppure semplice costruzioni in bamboo sull’acqua. Alcune offrono attività di svago: pesca, giri in barca, ecc.

Un venerdi, non potendone più del caldo afoso di fine stagione dei monsoni, io, le mie bimbe, mio marito e alcuni suoi colleghi ce ne siamo andati via da Dhaka anche noi, per respirare un po’, stare al fresco sotto una palma, farci un giretto in barca, mangiare cose locali, preparate dalle mani esperte degli abitanti della zona e goderci la natura. In effetti il paesaggio della campagna Bengalese, anche appena fuori Dhaka, è bellissimo: distese di campi di riso verdissime e di senape gialla, qua e la’ qualche fiume, laghetto, gruppi di palme o bamboo e tanti visi bellissimi di persone prese dalle loro attività abituali, si fermano incuriositi quando passano le macchine, se possono guardano chi c’e dentro, ti salutano felici.

Questo posto che vedete nelle foto si trova a circa 30 km da Dhaka, ma ci vogliono circa un paio di ore di macchina: una per uscire dalla città, l’altra per raggiungere il posto.

Arrivati, già si sente che l’aria si è fatta più sottile, leggera, e ti viene voglia di respirare a pieni polmoni.

Si viene accolti con un bel sorbetto di acqua di cocco, molto dissetante o limonata per chi, come a me, l’acqua di cocco fa un po’ schifo.

La particolarità di questo posto è la cucina all’aperto dove puoi vedere come e cosa cucinano. Ovviamente, mi ci sono fiondata subito, non tanto perche’ ami cucinare e neanche perche’ mi piaccia mangiare, ma solo per il gusto di parlare con le persone che preferisco in assoluto: gli abitanti dei villaggi, le persone semplici, pulite, incontaminate dalle brutture della vita di città, che magari non sono mai state a Dhaka, ma avranno sicuramente qualcuno della famiglia che vi è emigrato in cerca di lavoro. Per rompere il ghiaccio chiedo che cosa stanno cucinando, mi faccio dare dei consigli, cerco di farmi dire qualche loro segreto (non ci riesco mai, le donne sono molto gelose delle loro ricette), propongo la mia versione (e qui scoppiano a ridere), dico di non abbondare con il chili (e qui un’altra risata fragorosa) e cosi via. Ogni tanto in questo posto capita qualche straniero, qualcuno si avvicina perchè come me curioso di vedere cosa fanno, ma non si va oltre ai sorrisi, agli inchini, ai gesti, o a qualche parola per lo più incomprensibile.

Se hai la possibilità di parlare con le persone, di metterle a loro agio condividendone la lingua, si superano le barriere dei sospetti, dell’indifferenza e hai l’opportunità di entrare nel loro mondo, nel loro modo di pensare che, anche se non si condivide, fa parte della loro storia. Non vogliono nemmeno sapere da dove vengo, sono io che glielo dico, ma non fa differenza, non sanno dov’è l’Italia. Vogliono sapere se ho figli. Si, due, rispondo io, due femmine. Nessun maschio? No, nessuno e va bene cosi. Ridono, perche’ qui bisogna avere almeno un figlio maschio, che porti avanti la famiglia, che vada a scuola e lavori per tutti. La più anziana mi prende il braccio e mi sorride: brava, le femmine sono più brave dei maschi; si prendono cura dei genitori, sanno badare a se stesse, sono più intraprendenti se in difficoltà. Ogni tanto mi passano qualcosa, una pitha (di cui vi ho già parlato in qualche post precedente) e con occhi interrogativi aspettano un mio commento. Onek moja (buonissima)!

E mente gli altri chiaccherano o dormono, io mi godo questi piccoli momenti bellissimi, veri, spontanei.

Mi dicono infine che stanno preparando un pranzo di venti portate tra cui alcune delle mie cose preferite come i ruti (specie di piadine) di farina di riso, bianchissimi, borta (di verdure o pesce bolliti e poi schiacciati tipo purè e conditi con olio di senape). Il pomeriggio trascorre veloce, tra passeggiate nel verde e un giro in barca.

Si riparte verso le cinque. Alle dieci siamo a casa: cinque ore, trenta chilometri.