Il 30 dicembre qui in Bangladesh si vota per il rinnovo del governo. Ma è una formalità, si sa già chi vincerà, anzi loro stanno già festeggiando. Accendo la tivù, ovunque sondaggi, analisi, commenti, scene di violenza, autobus in fiamme, arresti. Non mi interessa. Questa è la democrazia formato Bangladesh.

Piuttosto da qualche tempo sono preoccupata. Ho un pensiero fisso che non mi lascia mai un momento, una domanda a cui ancora non ho trovato risposta: ma perchè non mettono più patate nel biriyani?

Per chi non lo sapesse, il biriyani è il piatto per eccellenza del subcontinente indiano. E’ praticamente riso, nei migliori dei casi basmati, cucinato in pentoloni enormi da fattucchiera insieme a carne di agnello. Più se ne cucina e più buono diventa, dicono. Litri di olio, spezie, carne e ….. le patate. E’ insomma il nostro piatto della domenica. Qui è soprattutto il piatto servito ai matrimoni. Per me è l’unico motivo per cui accetto ancora inviti a nozze. Siamo in inverno, ricordate? La stagione in cui ci si sposa.

Reduce dall’ennesimo invito, torno a casa delusa. Anche questa volta non mi è toccata neanche una patata. Mi sembra di essere dentro a un brutto sogno. Ma dove vanno a finire tutte le patate nel biriyani? Ci si siede di solito intorno a un tavolo rotondo per 8/10 persone. Non ci sono posti riservati, ognuno si siede dove vuole, se si è fortunati si riese a trovare posto insieme a qualche parente o amico, ma non è necessario, anzi neanche la sposa e lo sposo sono necessari, potrebbero anche sparire all’improvviso e nessuno se ne accorgerebbe.

Ad ogni matrimonio l’importante è accaparrarsi un posto e mangiare.

Il biriyani fa la sua entrata, portato in spalla da camerieri in gilet. Sua altezza reale si posa sul tavolo, strategicamente fra me e il mio vicino che, senza farsi notare dagli altri ma non da me, lo guarda, lo riguarda da un’altra angolazione per addocchiare il pezzo migliore; non lo molla, lo segue; il cameriere serve una persona, e poi un’altra. Lui, il pezzo di carne, è ancora li; “La posso servire?” chiede gentilmente il cameriere. “NO! no, grazie, faccio da me”.  Si serve, prende il SUO pezzo di carne. Una palata di riso a seguire.

Ed eccola.

Io la guardo, lei mi guarda. Gli sguardi si incrociano. Coperta da biriyani, adornata da piccoli pezzetti di agnello, c’è una patata, dorata, fumante, intrisa di succo. Sarà tutta per me? Ce la farò? Ci sono altre otto paia di occhi che la guardano e che la vorrebbero sul loro piatto. Mano a mano che il riso diminuisce, capisco che quella è l’unica patata del piatto. UNA PATATA PER OTTO PERSONE! Accidenti, sarà dura. Il piatto gira, si sta avvicinando, non la perdo d’occhio, c’è ancora. A poco a poco lo sferragliare metallico delle posate sostituisce il mormorio e le chiacchere delle zie. Ci sono ancora due persone prima di me.

Avanti veloce: Sono riuscita ad averla; la patata (aloo in bengali) è sul mio piatto. La gioia è autentica, la vittoria è mia. La premo gentilmente nel mezzo, si rompe a metà, come il Titanic, il vapore si eleva dal centro ed inebria i sensi, la superficie esterna appena appena arrostita è un’opera d’arte; nel mezzo una consistenza soffice … no, nessuna descrizione a parole le rende giustizia.

 

Al rallentatore: la colonna sonora di Momenti di gloria mi risuona in testa non appena il primo boccone di patata riso e carne mi entra in bocca. L’avete presente? Scaricatela e leggete il resto con questa musica in sottofondo.

Tempo reale: la patata è come zucchero filato in bocca. E’ come un abbraccio molto caldo, l’elevazione dei sensi che manda le ghiandole salivari in overdrive; la patata è una droga, una piccola-grande pastiglia di endorfina, dopamina e serotonina, pronta ad esplodere. E’ la felicità pura, l’amore e tutto quello che di buono c’è nella vita scolpito in una palla dorata succulena, cotta niente meno che alla perfezione. E capisci in questo perfetto momento di simbiosi tra te e la patata che non ti manca niente nella vita; tutto quello che hai sempre voluto finalmente è a portata di mano, letteralmente Mentre tutto quello che mangi va nello stomaco, la patata del biriyani colpisce direttamente al cuore: ti calma nei momenti di ansia e fa scappare ogni pensiero cattivo dalla mente e sei gentile con tutti.

Era un sogno?

Mi guardo attorno soddisfatta, non solo perchè sto mangiando la MIA patata, ma soprattutto perchè a quanto pare era l’unica del piatto. Soddisfazione doppia.

E mentre le temperature si abbassano sempre di più e la stagione dei matrimoni raggiunge l’apice, il pensiero mio vola al kacchi biriyani (biriani con l’agnello) e alle sue patate. In media un invito a settimana: il collega, la figlia del collega, il parente lontano, chi se ne importa sinceramente di chi è il matrimonio o in quale posto si festeggia, o chi ha indossato il sari all’ultima moda, ditemi che c’è biriyani nel menu, ma non un biriyani anonimo magari di pollo e riso pilaf, ditemi piuttosto che c’è kacchi biriyani e patate in abbondanza per tutti perchè solo allora potrò prendere in seria considerazione l’idea di indossare un sari, liberarmi dagli impegni e magari attraversare tutta la città nel traffico di punta della sera.

Ecco un altro invito. Uno studente di mio marito.

Situazione ideale per telefonare e informarsi en passant sul menu.

Telefona! Gli ordino.

Allora, sei riuscito a sapere?

Pare che non ci sia kacchi biriyani. Che si fa?

Non si va! E se ti dice qualcosa di che stavo male, che la bimbe avevano un esame il giorno dopo, che per strada abbiamo forato, che non siamo riusciti a trovare un Uber libero che andasse da quella parte, che tua madre ha mangiato pesce e una lisca le si è conficcata in gola e hai dovuto portarla in ospedale, che…