Ieri era nuvoloso: un cielo come acciaio freddo, senza luce, senza aria, senza gioia. Era nuvoloso dopo quattro giorni ininterrotti di pioggia: perenne, continua, fastidiosa.

Poche cose detesto, come la pioggia. La detesto perché si accompagna, appunto, a quel cielo grigio. La detesto come la detestano, credo, tutti coloro che hanno avuto, per anni, una Vespa o un motorino, come unico mezzo di trasporto. La detesto perché scioglie la neve e crea pozzanghere melmose. La detesto perché faceva paura a Dorothy. Una paura incontenibile che, sicuramente, ha inciso sulla sua malattia cardiaca. Negli ultimi tempi, ormai, le davo Xanax per farla stare calma: una notte, quando aveva cominciato a perdere un po’ il controllo, durante gli attacchi di panico, la sentii piangere, ma in lontananza: era entrata in cucina e picchiava con la testa sulla parete, che era piena di sangue. Quando l’ho accompagnata nell’ultimo respiro, era serena. Avevo deliberatamente scelto un giorno pieno di sole e di azzurro per il nostro arrivederci.

Tollero la pioggia solo perché disseta gli alberi e le piante. Perché disseta chi ha sete.

A New York, piove tantissimo da marzo a ottobre. Le estati sono un temporale dopo l’altro per quell’umidità che monta nell’aria fino a esplodere. Diciamolo, a New York non si viene a vivere per il tempo. Eppure, non ho visto in nessun luogo tramonti come quelli che ho guardato qui. O cieli cosi azzurri come quelli che sovrastano questi grattacieli senza vetta.

Ieri era, dunque, nuvoloso. Ed era un giorno triste. La morte porta tristezza nella sua tragicità. E ci vuole un po’ persino per riprendere semplicemente a respirare con ritmo normale. Io ancora, dopo quasi due anni, aspetto di parlare con mia madre per chiederle la ricetta di quelle melenzane che faceva lei. Anche se la so a memoria.

E cosi – quando Alex, la mia portiera, mi ha detto che c’era un pacco per me, io sono rimasta attonita. Nel pacco, un biglietto di auguri di Natale e tante cose buone da mangiare: le mie preferite. Elisa e Francesca, come sempre, avevano riempito il mio giorno di sole, nonostante l’acciaio del cielo. E quel ritardo postale, che aveva fatto si’ che quel pacco vagasse nomade per quasi tre mesi, sembrava improvvisamente e magicamente, perfetto. Ieri era il giorno in cui avevo bisogno di quella carezza.
Per questo, in serata, quando Vanessa (l’altra portiera) mi ha consegnato un altro pacco, io le ho detto che doveva esserci un errore. L’ho aperto con ansia e dentro c’erano due confezioni di “scungilli” (prelibatezza marina napoletana) che Federica mia aveva fatto arrivare dopo che su FB avevo detto che avrei tanto desiderato mangiarli.

Ieri era nuvoloso, ma, verso sera, il rosso aveva trovato squarci nell’acciaio e si era sistemato la’, in mezzo al grigio, a ricordare la bellezza della speranza.

Spesso, molto spesso, qualcuno mi chiede se non provi vergogna a condividere questi miei desideri che, sebbene “piccoli”, a volte, non posso permettermi, nonostante lavori senza riposo. Qualcuno, spesso, mi guarda con quella faccia di chi prova pena o, diciamolo, anche un po’ di malcelato disprezzo.

Io sorrido. Perche’ il cielo ieri mattina era acciaio. Ma qualcuno ha pensato di trovare uno squarcio e tingerlo di rosso. E, questa fortuna, questo privilegio di scoprire costantemente che qualcuno, in qualche parte del mondo, abbia voglia di squarciare il mio cielo di rosso, si chiama felicita’.

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