Sono inscatolata nella vettura gialla che sfreccia per le strade di New York. The Yellow Cab. Il taxi newyorkese. All’interno dell’abitacolo la temperatura è altissima. Mi libero della sciarpa e del cappello. Poi è la volta del cappotto. Alla fine chiedo al tassista di abbassare il riscaldamento. Il conducente mi osserva dallo specchietto. Sono paonazza. Impietosito, mi chiede: “Turn down?”.

Poi aggiunge: “ Better off”. Annuisco. E lui spegne il calorifero nella macchina. Mi chiedo come faccia l’omino alla guida, imbalsamato nel suo pellicciotto, a resistere a tanta calura. E’ pachistano, come l’80% dei possessori di “medallion”, quella placca di alluminio sul cofano che è l’investitura del taxi newyorkese. Mi viene in mente the Yellow Submarine dei Beatles e fantastico sulla possibile metamorfosi della mia vettura, che non può inabissarsi, ma resta invece incollata all’asfalto delle strade della Grande Mela, intrappolata nel frastuono e nel trasformismo di una metropoli, che conta oggi 9 milioni di persone.

Mi muovo a fatica nello spazio angusto riservato al cliente, separato dal tassista da uno solido vetro salvavita. La sua vita e quella degli altri 40 mila proprietari di “medaglione” si consuma almeno 100 ore alla settimana nel traffico di New York. E non sempre sale a bordo un innocuo passeggero come me. I tassisti di New York sono i veri cronisti della vita newyorkese. Cerco di cogliere qualcosa negli occhi del mio autista, che lo specchietto retrovisore tiene in ostaggio. Un qualcosa che giustifichi la sua surreale trasformazione in un giustiziere della notte, come Robert De Niro, il “Taxi Driver” di Martin Scorsese. Quel film, a 44 anni di distanza è ancora attuale. Il sogno americano per molti muore sulle strade di New York e i suoi peccatti vengono accolti ogni giorno nel confessionale itinerante di The Yellow Cab. Abbasso di poco il finestrino e la città rumorosa si fa sentire. Il suo canto di gloria copre anche tanta solitudine e fatica. La macchina rallenta. Si ferma. L’omino mi fa un sorriso. Devo pagare la mia corsa. Sul display davanti a me compare una schermata. Posso scegliere l’importo della mancia, quindi l’apparecchio mangia per un attimo la mia carta di credito e me la restituisce soddisfatto. L’operazione è andata a buon fine. Inizio la vestizione per affrontare il freddo all’esterno. Cappotto, sciarpa e cappello. Mi affretto a scendere.

L’omino si sporge verso di me e sorride. Gli mancano due incisivi che non scoraggiano quel sorriso insistente. Mi dice :“Happy New Year”. E’ vero oggi è il primo dell’anno. L’alba di un tempo ancora sconosciuto, che fa promesse a ognuno di noi. E per un giorno tutti, sono pronti a credere a quel miracolo. Guardo quel pezzo di cielo, ritagliato tra i grattacieli di New York che, in questa giornata senza nuvole, fa brillare il giallo ocra del mio taxi, fermo solo per una manciata di secondi. In lontananza le vetture gialle mi sembrano tanti girasoli vanghoghiani, che rincorrono il sole del nuovo arrivato, il 2020.