“La vita scorre come un respiro”, scrive Ferzan Ozpetek nel suo ultimo libro.
Il senso è in quel fluire del tempo, così naturale e potente come un respiro. Nell’asfissia di questi mesi, in quella fame d’aria che ha strangolato la vita di almeno 35mila persone nel nostro Paese, il libro di Ozpetek cattura già dal titolo “Come un respiro”. In copertina ci sono due volti femminili, o forse è lo stesso ma ripreso da due diverse angolazioni: in primo piano e di profilo. Lo sguardo distante, altrove, oltre l’innocenza.
La storia racconta di due sorelle Elsa e Adele, del loro legame così forte da vincere su tutto ma che finisce per separarle quando si tratta di proteggere il peso di un inconfessabile segreto.

Elsa sceglie una nuova vita nella lontana Istanbul degli anni ’70, città dove è nato lo stesso Ozpetek.
Adele invece resta nella loro vecchia casa, l’appartamento nel quartiere romano di Testaccio, dove si snoda la storia in un continuo intreccio tra il presente e un passato, tragico ed esaltante allo stesso tempo. Il libro è un storia di sentimenti che, a un certo punto, si sporcano di fango, di impudicizia, dietro il nascondimento di un’apparente normalità. L’amore è la trappola emotiva su cui i personaggi del libro si confrontano e si scontrano. Quando Elsa suona al campanello della casa, che era stata sua e di sua sorella, sconvolge la domenica dei nuovi proprietari che si stanno mettendo, in quel momento, a tavola con alcuni vecchi amici. Il mistero intorno alla vita della donna lascia fin da subito trapelare emozioni forti.

C’è qualcosa di non detto che brucia sotto le ceneri. Un segreto che si tinge di rosso, di sangue. Ma quando questo accade, la vita continua a scorrere come un respiro, con “la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventati”. Se si vuole ripartire, essere perdonati e soprattutto perdonarsi, si è obbligati a tornare indietro. Elsa lo fa quando è forse troppo tardi per trovare pace. Lei è il suo destino. Appassionato, libero e scandaloso che non riesce a cancellare il vissuto e le sue ombre. Chi fugge, resta per forza in debito con chi, invece, decide di non partire. E se all’inizio si prova una naturale simpatia per Elsa, solo alla fine del libro, si riesce a capire quanto sia costato ad Adele la scelta di restare là dove quel male è stato gettato. Adele sperimenta tanta più rabbia, smorzata nel decoro, camuffata dal dolore, imprigionata nelle convenzioni sociali quanto più le è chiaro che è rimasta sola a difendere un patto d’amore più forte di qualunque pulsione. “Ci sono amori che durano una vita: altri che bruciano in una notte. Se non vuoi soffrire devi conoscere i tempi”, scrive l’autore. Tempi che sia Elsa, che Adele non sono riuscite a comprendere per mettersi in salvo.