20 anni di intervento militare, sociale, culturale dell’Occidente prendono il volo dall’aeroporto di Kabul. E’ la linea del disimpegno che lascia l’Afghanistan ai nuovi padroni, che sono poi quelli vecchi, i Talebani. Torna la sharia.

Cosa succederà? Gli uomini si faranno crescere la barba e le donne dovranno indossare il burka? Cosa ne sarà delle donne afghane? “I diritti delle donne verranno rispettati ma secondo i valori dell’Islam”, dice Zabihullah Mujahid, il portavoce dei Talebani ma intanto le donne vengono chiuse a casa.

“E’ per la loro sicurezza”, si affretta a spiegare Mujahid, “perchè i nostri combattenti non sono addestrati a parlare con loro. Una volta stabilite le nostre procedure, potranno tornare al lavoro!”. Un’immagine twittata poi dal canale d’informazione afghano Tolo News mostra un uomo che copre con della vernice alcuni poster che ritraggono donne su un muro di Kabul. E su quello stesso muro i volti delle modelle imbrattati e cancellati. E non serve essere indovini per immaginare quanto la libertà, l’indipendenza, l’identità e la vita delle donne afghane siano di nuovo bottino di guerra dei Talebani.

 

Vi lascio con i versi di Nadia Anjuman, poetessa afghana, uccisa nel 2005 dal marito, nella sua casa ad Herat, per aver recitato in pubblico alcune poesie.

I versi che sto per leggervi mostrano la forza di Nadia, simbolo della resistenza delle donne afghane di nuova generazione che lottano per essere libere di agire, di parlare, di scrivere, di esistere.

 

Abas è il titolo della poesia che tradotto in italiano significa “Non ha senso”. E’ nota a molti afghani con il nome Dukht-e Afghan (Ragazza afghana) ed è poi diventata anche il testo di una bellissima canzone della musicista Shahla Zaland.