Spesso quando si dà la diagnosi ad un paziente, il più delle volte lo stesso ci si riconosce in pieno sposandone risorse ma soprattutto i limiti.

Il paziente viene ingabbiato dentro ad un’etichetta, al punto tale che si identifica totalmente in questa casella, a volte addirittura perdendo la speranza

Tutti noi, per rispondere ad un bisogno primario, che è quello della sicurezza, tendiamo a catalogare i fatti della vita, e quindi anche le persone che incontriamo, in caselle, in base a determinate caratteristiche comuni che riteniamo salienti. Questo processo, tipicamente umano, si chiama categorizzazione ed è alla base dell’economia cognitiva grazie alla quale funzioniamo. È una sorta di “risparmio energetico” che ci semplifica la complessità del mondo, facendocelo vedere per categorie.

Quando si tratta di persone però la nostra attenzione a questo processo, normalmente automatico e dunque involontario, dovrebbe essere molto accentuata. Soprattutto perché noi agiamo in base alle nostre convinzioni e dunque se pensiamo che una persona sia “solo” uno schizofrenico, un disabile, un immigrato, etc, ci perdiamo una grandissima parte di ciòche quella determinata persona ha da mostrarci, nella sua unicità.

Questo fenomeno ha un grandissimo potere soprattutto durante l’adolescenza, quando i ragazzini spesso sono bersaglio di prese in giro ed accanimento di altri compagni, che spesso fanno leva su caratteristiche fisiche. Il ragazzo deriso crescerà spesso come un adulto insicuro, con una bassissima fiducia nel proprio aspetto fisico o nella propria personalità.

A tutti è capitato di essere stati oggetto di derisione e, facendo un po’ di mente locale, possiamo ricordarci quella orribile sensazione di essere diventati solo la parte derisa. Mi spiego meglio: se ad un ragazzino, che magari ha uno sviluppo fisico un po’ più lento rispetto ai suoi coetanei, gli altri ragazzini dicono “sei un nano!” , quel ragazzino si dimenticherà di tutto ciò che lo caratterizza, di ciò che lo rende unico e tutta la sua persona si identificherà con il termine “nano”. Come se la parte criticata in un attimo assorbisse l’intera persona e l’individuo si distinguesse solo per quel difetto.

Lo stesso può accadere quando, nel caso di patologie o disabilità, si identifica la persona per la sua patologia, come se il fatto di dire “schizofrenico” fosse sufficiente a definire l’intera persona. Soffermarsi all’etichetta diagnostica, è una limitazione pazzesca della persona. Perché in automatico si perde di vista la persona, privandola della sua unicità e trasmettendole, tra l’altro, un’idea di sé assolutamente incompleta, ovvero solo quella della sua malattia.

Avere una patologia mentale è un aspetto fondamentale della vita di queste persone, certo, ma non è l’unico aspetto… ci sono persone con schizofrenia simpatiche, antipatiche, generose, violente, loquaci, ordinate, romantiche… cosi come l’immensa varietà del genere umano non sofferente dal punto di vista psichico.

La consapevolezza di malattia è un fattore molto importante nel processo di cura, aiuta a comprendere il significato di alcuni comportamenti ed a convivere con questi, ma una diagnosi non può e non deve sostituirsi alla persona, incasellandola ed imprigionandola.

Per questo credo sia fondamentale prestare molta attenzione a come usiamo le parole, soprattutto in riferimento a persone che magari per un periodo della propria vita sono più vulnerabili di altre.