New York, una città, molte città, come le facce del cubo di Rubik.

Sulla quattordicesima strada, a pochi passi da Union Square, si snoda un lungo serpentone umano, fuori dal supermercato stellato Trader Joe’s. Ma a tre isolati più a nord, a 400 metri, c’è un’altra coda. Alla Chiesa di Saint George si distribuisce cibo gratuito. E a cucinare c’è un drappello di signore dell’upper class newyorkese. Alla mensa dei poveri non ci sono solo gli homeless, ma anche gente normale che non ce la fa. Il refettorio diventa il simbolo di una “sharing economy” dove “sharing” è il nome raffinato di carità. Dallo sfarzo delle case dei banchieri di Wall Street alla miseria, dunque, del Bronx. In questo quartiere arrabbiato e difficile della periferia newyorkese, che conta oggi quasi 2 milioni di abitanti, Salvatore Snaiderbaur, siciliano e manager, inizia il suo volontariato con i francescani. Nasce così “One City Mission”, un’associazione caritativa non profit per i mendicanti e i senza tetto della città. Conoscerlo è stata un’incredibile scoperta. Mentre mi raccontava la sua storia ho pensato che il mondo ha bisogno di persone come Salvatore, per “fare opere buone. Fare e fare”, come ripete spesso Papa Francesco. Incontrare Salvatore, ascoltarlo, voglio dirlo, mi ha fatto riflettere e mi ha fatto bene. Grazie Salvatore.