Tana, libera tutti! Finita la quarantena a Nanchino (mentre tutto il resto mondo getta le mascherine e annulla ogni misura anti Covid) dalle autorità cinesi arriva l’ok al nostro trasferimento nella città di Pechino. Super tamponati, scannerizzati e qr codizzati, saliamo a bordo di un treno veloce che ci porta nel cuore governativo del Paese del Dragone. Il treno percorre 1200km ad una velocità di 350km orari e impiega solo 3 ore e mezzo per arrivare a destinazione. E’ notte fonda quando varchiamo l’ingresso del compound dove vive mio marito per lavoro. Il suo appartamento è al 14esimo piano di un edificio, grigio cemento come gli altri, che si affaccia sul secondo anello. Una specie di enorme circonvallazione che con le sue luci, sembra tagliare la notte di Pechino. Siamo vicinissimi tra l’altro a Piazza Tienanmen, la piazza più grande della Cina e del mondo, 880 per 500 metri. Ma lasciatemi fare un passo indietro ai giorni di fermo nella stanza dell’albergo dove abbiamo fatto la quarantena. Noi siamo stati alloggiati in un’area dedicata di un grande albergo di Nanchino. Ci hanno fatto entrare da un’entrata di servizio, fatti salire con un montacarichi che ci ha portato al piano della nostra stanza. Il corridoio era imbiancato da una polverina bianca disinfettante, c’era un forte odore di varechina ovunque (per i quarantenati distribuita anche in pillole solide da sciogliere nel water). Infine, porte e pareti, tutte ricoperte di cellophane. La nostra stanza era la numero 8518. Anche questa imbustata, sigillata ma grande abbastanza. Con un’ampia finestra affacciata su una boscaglia verde che si apriva però solo in un punto. Una maniglia consentiva l’apertura di uno spiraglio per far passare l’aria dall’esterno. Il volo da Roma era stato organizzato dall’ambasciata italiana e questo ha fatto sì che il trattamento riservatoci fosse più occidentale. Una volta varcata la soglia della camera, la procedura della quarantena ha seguito il protocollo. Quindi l’imperativo è sempre stato: ”Non aprite quella porta”. Un cartello “Warning” ci ricordava che la porta era allarmata.

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Scattava una sirena ogni volta che si apriva per ritirare il cibo, confezionato in una scatola di plastica nera e divisa in tante sezioni, quasi sempre accompagnata da una zuppa calda, lasciata dal personale dell’albergo su una sedia posizionata all’ingresso. Il solito antifurto scattava quando ci facevano il tampone. Un appuntamento giornaliero e irrinunciabile. Bastoncino nel naso e nella gola! E i giochi erano fatti!

Il mio vero problema è stata la cucina cinese perché è molto speziata: aglio, cipollotto (alimenti di cui sono allergica) che erano presenti in ogni pietanza, in ogni intingolo e in ogni salsa che accompagnava il menu. Mi ha salvata la pentola elettrica portata in valigia dall’Italia, dove ho cotto il mio riso bianco. La mia è stata un’alimentazione molto minimale, monotematica ma salvavita, almeno per me. Piacevole eccezione è stato il bambù servito con delle foglioline rosse simili al radicchio e cotto al vapore e nella soia che ho molto gradito. Una volta terminato il pasto la scatola con gli avanzi veniva imballata in due grandi buste gialle e lasciata davanti alla porta della stanza che gli omini in tuta bianca e occhialoni trasparenti, molto scrupolosamente, si affrettavano a ritirare.

E così “un tampone al giorno toglie il medico di torno” per la consueta verifica Covid free che consenta una vita quasi normale in Cina, in cui la tolleranza zero Covid è ancora una costante, soprattutto in vista del grande appuntamento del congresso del Partito comunista i primi di ottobre, con l’implicito rinnovo del mandato a Xi Jimping. Ora mi trovo nella sede Rai di Pechino con tutta la squadra che ha accolto me e l’altro corrispondente Nello Puorto con grande simpatia e gentilezza. Sono nell’ufficio di Marco dove un mobile cinese della dinastia Qi (con molta fantasia), di colore rosso e simbolo imperiale, ricorda la storia millenaria di questo Paese che cercherò di raccontarvi nelle prossime settimane.

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La Cina con le sue tante Cine presenti (si contano 56 etnie) che fanno una popolazione di oltre 1,4 miliardi di persone. Un caleidoscopio di culture che restituisce l’immagine di un Paese anche di contraddizioni, tra modernità e tradizione, tra un grattacielo e una risaia. Iniziamo da Pechino e in un momento storico fatto di frontiere chiuse al mondo e con zero turismo, ci mescoliamo agli oltre 22 milioni di abitanti della città con grande curiosità. Una massima di Confucio afferma che ci vorrebbero cento vite per conoscere la Cina. Io ho solo 30 giorni per raccontarvi il fascino dell’antica città imperiale dove esiste a 70km dal centro, fra le montagne, l’unico monumento costruito dall’uomo visibile dalla Luna: La Grande Muraglia Cinese! Un’immagine di grandezza e potenza che supera ogni immaginazione!