Una storia millenaria di donne nel cuore della Normandia
La vecchia pavimentazione in legno massiccio del Castello di Harcourt geme quando ci cammino sopra. Per metterla a tacere basterebbe una colata di calcestruzzo, spessa quanto basta, per inserirci dei magatelli, cioè dei travetti a cui agganciare i vecchi listelli di legno. Ma quello scricchiolio a me non dispiace affatto perché mi dà l’idea che quelle mura mi stiano parlando.
Se solo il mio udito fosse più acuto, riuscirei a decifrare quel mormorio, capace di far luce sulle storie che si sono consumate in passato. Come quando qui al castello di Harcourt, il suo primo proprietario Bernardo il Danese, ricevette con tutti gli onori il fiero capo vichingo Rollone, colui che sarebbe poi diventato il primo Duca di Normandia.
I due avevano combattuto insieme contro il re francese Carlo III il Semplice, razziando le terre e spingendosi fin sotto Parigi. Per ammansire il capo vichingo il debole re francese gli fece dono nel 911 della Normandia, conosciuta come “la regione degli uomini del nord”. Rollone ricompensò la fedeltà di Bernardo con bottini e mercanzie ma fu solo grazie all’intercessione della moglie Eloise presso il nuovo duca a garantirgli il possesso della Contea di Harcourt.
Se queste pareti parlassero la mia lingua umana, mi racconterebbero in che modo quella donna bellissima, di cui io sono la discendente, riuscì ad ammansire il nuovo duca. Ogni singola pietra di questa dimora sarebbe in grado di svelarmi di quali arti e di quali artifici Eloise si fosse impratichita per ottenere la fortezza. Lei, del resto, fu solo la prima di una lunga stirpe di donne della mia famiglia che, dotate di talenti straordinari, hanno ottenuto potere e conoscenza, diventando, nei secoli, le vere signore di questa terra.
Nel loro ruolo prima di mogli e poi di madri, solo in apparenza un passo dietro, hanno sempre avuto potere e controllo. Sono state condottiere e compagne nella guerra come la mia antenata Apolline d’Harcourt e Giovanna d’Arco, la santa guerriera, passata alla storia per aver guidato l’esercito francese alla vittoria contro gli Inglesi ed essere poi bruciata viva a Rouen nel 1431 con l’accusa di stregoneria. Negli estenuanti mesi di processo chierici, prelati e teologi si sono scagliati contro Giovanna accusandola di praticare malefici mentre centinaia di presunti testimoni si dicevano convinti di averla vista invocare i demoni.
Se solo le pareti del castello di Harcourt parlassero, potrebbero raccontare il tormento della mia antenata Apolline sulla cui amicizia, durante il processo, Giovanna D’Arco aveva sempre taciuto.
Chi si era servita della mandragora, l’erba magica delle streghe? Chi aveva fatto incantesimi e riti divinatori contro i nemici? Non era Giovanna ma Apolline.
Poiché Giovanna, in quanto scelta da Dio per essere santa, non avrebbe mai avuto bisogno di simili accorgimenti. E nessuno meglio di Apolline poteva saperlo. Quando alle prime luci dell’alba del 23 maggio del 1431, il fuoco sulla pira bruciò viva la Pulzella, Apolline per il dispiacere, ebbe un arresto cardiaco. Durante il processo gli inquisitori accusarono Giovanna di praticare la magia e di frequentare delle streghe, ma lei non fece mai parola, durante i feroci interrogatori, della cara Apolline.
Quando il fuoco sulla pira avvampò tutto intorno alla Pulzella, annerendo prima le carni e poi divorando ogni singolo pezzo, la mia antenata era nel capannello di gente, accorso nella piazza del mercato per assistere allo scempio del corpo di Giovanna, di cui, una volta consumato dalle fiamme, non rimase che un mucchietto di ossa mescolate a cenere. Nel cielo il vento formava dei mulinelli di fumo nero, che faceva zampillare gli occhi e storcere la bocca. L’aria era diventata irrespirabile. Quando Apolline perse i sensi, accasciandosi senza vita ai piedi del picchetto di legno a cui era stata incatenata poco prima Giovanna, qualcuno urlò che era stato senz’altro un’opera demoniaca della Pulzella. Gli occhi cerchiati di rosso e il respiro muto di Apolline per molti ne erano la prova. Non c’era nessuno che potesse confessare che la mia antenata, signora di Harcourt, era morta per il dolore di non aver potuto salvare la sua giovane amica. Da quando mi sono trasferita nella contea i racconti di mia nonna affiorano di frequente. E mi tornano in mente sempre diversi, se non altro per la ricchezza di nuovi particolari che la mia fantasia aggiunge. Con la scoperta che si è sorelle per scelta e non per sangue.










