Cari amici, il mio lavoro mi ha portato fino alla Cattedrale di Agrigento. Me ne sto intenta a rivedere le mie carte, quando il sacrestano, allungando il collo sui miei appunti, ha l’ardire di dire: “Sapeva che nella torre della Cattedrale c’è la lettera del diavolo”. Io, che fino ad allora non l’ho quasi notato, con gli occhiali ben inforcati, mi rendo conto che il loquace sacrista ha tanta voglia di raccontare. Ed io di ascoltare. Mi ritrovo, dunque, nel Seicento siciliano e nella vita di Suor Maria Crocifissa, al secolo Isabella Tomasi di Lampedusa.

E’ l’epoca della Controriforma, con il suo fervore religioso e sacrificale oltre misura. Fustigazioni, cilici, estasi e visioni. E suor Crocifissa c’è dentro in pieno. Diventa la sposa di Dio, ma tra le continue tentazioni di Satana. E tra queste, anche la lettera che il demonio, lei racconta, la obbligherebbe a scrivere dopo una lotta estenuante che le strappa le vesti.

La bavetta di lino candido a piegoline, che spicca sulla ruvida tonaca nera, si insozza di sangue. Lei diventa la santa del secolo, citata anche nel romanzo “Il Gattopardo”. Quanti studiosi, nei secoli, si sono arrovellati invano nel tentativo di tradurre l’oscura missiva, scritta in una lingua sconosciuta. Dopo 341 anni gli scienziati del Ludum Science Center di Catania l’hanno tradotta. Ma si tratta veramente della lettera del diavolo? Di certo, affermano gli esperti, il male oscuro era tutto nella testa della religiosa. Sentite come sarebbero andati i fatti.