– Reverendo Séraphin, la donna ci stava spiando!

Il sagrestano non sembra propenso a lasciare il mio braccio e mi sta così vicino che, nel parlare, mette in mostra la sua bella dentatura annerita. Mi chiedo se il nauseabondo odore del suo alito dipenda da quella profusione di carie oppure dall’aver fatto il bagno in una tinozza di aglio.

– Amedé, modera il linguaggio. La signora è una forestiera. Non conosce le abitudini della nostra comunità.

Il prete si libera dell’ostensorio che era passato nelle mani di un confratello e ci raggiunge. E’ un uomo corpacciuto. Nel senso che c’è qualcosa di massiccio non solo nella sua mole ma anche nella sua mente. Un macigno così ingombrante e così cupo da impedirmi di leggere nel profondo.

– Non sono una straniera. Vivo non troppo lontano da qui, reverendo. Mi hanno insegnato che si è tutti commensali alla mensa del Signore. Come ministro di Dio, non sta facendo bene gli onori del padrone di casa.

– So perfettamente chi lei sia. Dio solo sa quanto sua nonna si sia data pena per trovarla. Mi stupisco però che lei sia ancora viva. La signora Dupont è sempre stata bizzarra nella sua vita, soprattutto dopo la morte del suo amato figlio in quel terribile incidente aereo. Siamo tutti rimasti sconvolti, ma sua nonna aveva cercato consolazione in pratiche oscure. Sono in molti a credere che praticasse l’occulto al Castello d’Harcourt.

– Ed io sono al corrente di quanto lei si sia dato da fare per ottenere l’esproprio del castello da parte del dipartimento dell’Eure. Pare che lei sia stato ostinatamente ossessionato dalla fortezza. Una proprietà che da secoli appartiene alla mia famiglia.

Il prete chiude lo spazio di fronte a me, mentre il sagrestano mi tiene confinata nella cappellina. Il rumoreggiare della gente accalcata nella navata si fa sentire.

– L’insolenza di quella donna va punita, reverendo- grida un parrocchiano mentre il vociame è sempre più forte.

-Penitenza, penitenza- invoca ora il coro sempre più minaccioso.

Filomène mi aveva messo in guardia. Mia nonna si era fatta molti nemici tra la gente che conta della comunità del villaggio. E tra questi c’era senza ombra di dubbio il reverendo Séraphin che di celestiale ha solo il nome. I suoi occhi sono talmente cupi che sono un tutt’uno con la pupilla che, da così vicino, è come un ago di spillo nel crepuscolo di quella chiesa. I suoi fedeli non sembrano poi così diversi dai miei vecchi pazienti. Simili nell’essere pronti, di volta in volta, a santificare chi fa loro promesse di guarigione oppure a maledirlo quando si perde la speranza. Nel secondo caso quando la terapia, consumata nel mio studio, sul lettino di interminabili sedute insieme alle medicine e gli ansiolitici hanno fallito, per alcuni di loro, c’è stato persino chi, tra quei pazienti, si è spinto oltre nel desiderare impudemente la mia fine. E ci è quasi riuscito.

Questa sera sono stata imprudente. Mi ha spinto il senso di colpa oppure la curiosità? Non importa. Non avrei mai dovuto varcare la soglia della chiesa di Sant’Audoeno. Mentre mi arrovello su come tornare a casa, una donna, seduta nell’ultima fila di banchi vicino all’ingresso, dà l’allarme.

Nessuno riesce a credere che, dal fondo della navata, due lupi grigi incedono lentamente, fiancheggiando il cane nero che sta al centro dei due. Il mio Khalù digrigna i denti verso il sagrestano che, intimorito, ora indietreggia verso il muro della cappellina e libera finalmente il mio braccio.

– State indietro! Anche voi, reverendo. La paura è una cattiva consigliera quindi ordini al suo confratello di poggiare subito a terra l’accendicandela a cera che usate per i candelabri dell’altare. Non c’è ragione di temere. I lupi non faranno male a nessuno. Se ne andranno con me, glielo posso assicurare.

– Dottoressa Milani, è questo il suo nome, vero? Con la scomparsa di sua nonna, nessuno aveva più visto i lupi da queste parti. Se ne stavano rintanati nella foresta. Lontani dal centro abitato, lontani dai raccolti ma oggi questi predatori sono venuti qui per lei. E noi gente normale, a causa sua, siamo in pericolo.

-Reverendo, la vera crudeltà è pensare di essere normali. Non esiste normalità che non sia menzognera. E credo che lei lo sappia bene. Questi due lupi si sono spinti dove non sarebbero mai dovuti essere e solo per proteggere me da gente normale. Sì, gente normale come lei!