Il governo continua a vantarsi di avere il virus sotto controllo, l’economia sta andando bene, pare che supereremo addirittura il reddito pro capite dell’India quest’anno, saltano le ultime restrizioni per gli immigrati per poter tornare nei paesi dove lavorano, le rimesse degli espatriati sono una fetta rilevante di reddito per il paese, le industrie stanno riprendendo anche se non a pieno ritmo e quindi non si capisce proprio perche’ ci vogliano zittire. Si’, perche i nostri decreti non riguardano quando uscire e in quali circostanze usare la mascherina obbligatoriamente ma riguardano la liberta’ di espressione.
Dall’inizio della pandemia ce ne becchiamo almeno uno ogni due mesi.
Qui non si esce di casa non per paura di prendere il virus ma per il timore di essere portati via dalla polizia o essere picchiati perche’ si protesta l’ennesima vittima di stupro.
L’ultimo risale a qualche giorno fa. Il ministero degli Interni ci fa sapere che non tollererà piu’ la diffusione sui social media sia qui che all’estero di notizie false, infondate, confuse e che incitano alla violenza in merito all’operato del governo, dell’esercito, della polizia e delle altre agenzie preposte al mantenimento dell’ordine perchè mettono a repentaglio la pace e la sicurezza del paese. Se non si rispetterà l’ordine, ci saranno conseguenze penali.
Come ho detto, non è il primo decreto di questo tipo. Ad aprile, subito dopo aver scoperto i primi casi di COVID-19, quando i media avevano cominciato a mettere a nudo la mancanza di preparazione negli ospedali di far fronte all’epidemia che allora ancora non si sapeva che dimensioni avrebbe assunto qui in Bangladesh e le sofferenze delle persone che non riuscivano ad accedere alla necessaria assistenza medica, era stato dato l’ordine a tutti gli infermieri e infermiere degli ospedali statali di non rilasciare dichiarazioni o commenti, divieto che fu esteso qualche giorno dopo anche a tutti i medici, a meno che non avessero il permesso di parlare del governo o del ministero della salute.

L’ultimo una decina di giorni fa. Nel mirino questa volta studenti e professori. Il ministero dell’istruzione pubblica una circolare che vieta a studenti e insegnanti di scrivere, condividere o anche semplicemente mettere un like a post su Facebook che rovinano l’immagine del governo o del Paese oppure che infangono la reputazione di una persona importante, di un’istituzione o professione. Lo stesso vale per post che mirano a creare confusione e sfiducia nelle persone nei confronti di una determinata istituzione. Presidi e rettori, secondo loro, devono trasformarsi in tanti ‘grandi fratelli’ o spioni pronti a denunciare che viola il divieto.
Tra un decreto e l’altro, anche la minaccia di tagliare le connessioni internet e assalti da parte della polizia a chi protesta pacificamente sulle strade.
E’ in vigore già da due anni il famoso Digital Security Act che nel nome di salvaguardare le persone vittime di bullismo o minacce in rete si è trasformato in una scusa ufficiale per denunciare giornalisti, attivisti, professori universitari, sbatterli in prigione e dimenticarsi di loro.
Uno studente non puo’ postare nulla che indichi anche lontanamente la sua insoddisfazione in merito a quello che gli viene insegnato, come gli viene insegnato e perchè. Non si puo’ lamentare di persone, istituzioni o professioni. Uno studente quindi non si puo’ lamentare del fatto che il suo professore arrivi sempre in ritardo o finisca la lezione dieci minuti prima. Il professore non si puo’ lamentare del livello di corruzione nell’assuzione di nuovi insegnanti nella sua scuola o università; una studentessa non puo’ denunciare il comportamento apertamente volgare di un insegnante nei suoi confronti perche’ lede la categoria. Se si pensa che spetta proprio agli insegnanti il compito di diffondere conoscenza e sviluppare senso critico e capacità di pensiero indipendente negli studenti e che lo puo’ fare solo se non lede l’immagine del governo o dei suoi funzionari, quello che ne risulta, come si puo’ ben immaginare, è una visione a metà della realtà, quella che va bene al governo.
A ogni livello della società -sanità, scuola, stampa e TV, pubblico in generale – viene impedito di sviluppare una mente libera e dire quello che pensa.
Che ne è del diritto, peraltro iscritto nella Costituzione, al libero pensiero e alla libertà di espressione?
Gli operatori sanitari non possono parlare della sanità, gli studenti non possono parlare di scuola, i professori non possono denunciare, la gente comune non puo’ criticare le forze di polizia e il governo.
Non ci resta allora che parlare del prezzo delle cipolle e delle patate.
E’ come se giorno dopo giorno una porta ci venga chiusa in faccia, una luce spenta, una finestra serrata, una voce soffocata.
Cresce il senso di ansia, di frustrazione e di claustrofobia che, come il prezzo degli ortaggi appena citati, continua a crescere, proprio ora che invece avremmo bisogno che fossero alla portata di tutti.