
Ho esitato a lungo prima di decidermi. Scrivere di Silvia Romano è come camminare sui rovi ardenti. Sì perchè la vicenda della volontaria italiana, rapita in Kenya dai miliziani Al Shabaab e liberata in Somalia, dopo 18 mesi di prigionia, arde su su centinaia, migliaia di commenti al vetriolo. I più ritrosi a parlare, storcono il naso, mentre altri, arrabbiati e riottosi, accendono la fiamma di uno sciacallaggio mediatico e sul web, giudicante e violento. Fioccano in rete minacce di morte per Silvia e c’è chi scrive:”Impiccatela!” Cosa ha scatenato l’odio verso questa ragazza, partita come volontaria in un piccolo villaggio keniota e finita nelle mani dei sanguinari Al Shabaab, un movimento jhadista, affiliato di Al Qaeda? Forse il fatto che al suo arrivo in Italia la venticinquenne, protagonista inconsapevole di una surreale diretta televisiva, scenda dall’aereo indossando una lunga tunica verde. Silvia mette piede sul suolo italiano, coperta dal Jillbab.

E’ l’abito usato dalle donne musulmane per rispettare il precetto coranico della modestia e obbedienza femminile. Verde come il colore dell’Islam. Per l’antropologa Maryan Ismail, somala e che vive da 35 anni in Italia, quella veste è la divisa islamista, imposta con la forza alle donne della sua terra, dalle milizie jhadiste e ribattezzata con disprezzo “la tenda verde”. In poche parole Silvia torna come sorella nell’Islam. Dichiara di essersi convertita nel nome di Allah e di aver preso il nome di Aisha. Un nome importante perchè Aisha è la madre dei credenti e la sposa bambina di Maometto. Una scelta libera – precisa- e avvenuta senza costrizioni, a metà del suo percorso di prigionia. Lo dice con naturalezza e parla dei suoi carcerieri come persone compassionevoli, che non le hanno mai fatto violenza. Torniamo agli Italiani in festa per la liberazione di Silvia, avvenuta grazie a una brillante operazione di intelligence, fatta di 535 giorni di ricerche, contatti e trattative, segretissimi fino all’ultimo. Analizziamo come lo stupore della gente si sia trasformato in sdegno e poi in rabbia contro Silvia, lapidata con pesanti parole e accuse. Siamo di fronte a un paradosso.

La ragazza è sopravvissuta agli Al Shabaab, gli stessi che dell’attentato al West Gate di Nairobi, il centro commerciale dove sono morte centinaia di innocenti. I carcerieri di Silvia sono gli stessi che nel 2015 hanno ucciso 147 persone in un campus universitario in Kenya. I sequestratori di Sivia sono quelli che hanno fatto esplodere una bomba nel mercato di Mogadiscio nel 2018 e che ha ucciso 500 persone, soprattutto donne e bambini. Efferate violenze e massacri nel nome della sharia, la legge islamica. Dopo l’incubo del sequestro, protetto dalla foresta e tenuto nascosto nell’entroterra dell’Africa rurale, oggi ci si chiede se Silvia sopravviverà all’odio di tanti suoi connazionali che la vorrebbero morta. E il ritorno in patria, accompagnato dalle fanfare patriottiche, scivola via, accompagnato dai cori e dalle polemiche, dietro le tapparelle della sua casa milanese, che da oggi la protegge nella sua quarantena. I soldi sborsati per la liberazione di Silvia e che Ali Dehere, portavoce di Al Shabaab, si è affrettato a confermarne il pagamento, serviranno – dice in un’intervista- per l’acquisto di nuove armi per la Jihad, la guerra santa islamica. Una notizia che sembra insopportabile a quanti fanno i conti con le perdite umane ed economiche di questo periodo di Pandemia. E nel vespaio c’è l’errore di una narrazione grottesca, una comunicazione accecata da slogan e propaganda che espone Silvia alla gogna mediatica. Per essersi convertita.
Quella scelta ai molti è sembrata ingratitudine. Ho cercato di ricomporre un mosaico di emozioni, perchè vorrei capire. Non potremo mai immaginare cosa abbia passato Silvia in questi 18 mesi. Mi chiedo se anche io, trovandomi nella sua situazione, non avrei cercato di compiacere i miei aguzzini, cercando disperatamente una familiarità con loro, per non morire. Avrei fatto qualunque cosa per sopravvivere e alla fine forse, per non impazzire, mi sarei sforzata di trovare del bene in tutto quel male. E mi sarei forse aggrappata a quella convinzione per stordire i miei sensi e il mio dolore. Vorrei chiedere a Silvia cosa abbia provato nel recitare la “shahada” la formula rituale con cui una persona si converte all’Islam e che avviene in presenza di testimoni? Quale mondo migliore ha trovato nella sua esperienza durissima? Non per giudicare ma per capire. La conversione a una religione è un fatto intimo, personale e va rispettato. Mi chiedo solo quanta libera consapevolezza ci sia nell’abbracciare l’islam, soprattutto quando la proposta di questo viene da chi ti ha privato della libertà e minaccia la tua vita. Vorrei comprendere, perchè la mente è un affascinante cubo di Kubrik, per gli altri ma anche per noi stessi. Un rompicapo, fatto di facce e colori, difficile da risolvere. E quando si riesce, si scopre che la verità, ha solo l’apparenza di vero. L’essere verosimile ci forza a continuare il viaggio! Auguro a Silvia di proseguire il suo sempre generosa, di nuovo libera e felice.




