Nena era rapita da quell’avventura, non smetteva di fare domande alla mamma o di aggiungere la sua fantasia alle parole di Lavì. Era curiosa di scoprire cosa ci fosse oltre quel grande portone. Immaginava un altro racconto che nascondeva qualcosa di meraviglioso…
Beata innocente fantasia dei piccoli, in grado di provare stupore per cose, ai nostri occhi, insignificanti e di creare una favola anche su una nuvola spinta dal vento.
Siamo stati tutti bambini….e poi ci siamo persi…
E la nostra Sandy?

“Aveva le chiavi in mano, pesavano. Le tre amiche dritte impettite davanti a quell’enorme scrigno, lei al centro, le ragazze di lato.
Sembrava volessero incoraggiarla attraverso i loro sguardi, ma lei non ne aveva bisogno.
In realtà loro avevano paura, Sandy no. Avvertiva qualcosa che non sapeva spiegare, non era quello il momento di soffermarsi a riflettere su quale emozione la stesse per tormentare, era il tempo di scegliere la chiave giusta.
Parve fosse calato un velo su di loro, che attutiva tutti i suoni e i rumori che le circondavano, erano immerse in un silenzio assordante, dove era stato messo in pausa anche il cinguettio degli uccelli e il canto delle cicale.
Escludendo le chiavi più piccole, dopo aver osservato la grande serratura, erano rimaste due sole opzioni. Una più lunga e sottile, color argento e l’altra più larga e scura, legata, con un anello saldato, ad una gemella più piccola…

Sandy scelse quella. Guardandola pensò al concetto di legame, a quei due pezzi di ferro, forgiati separatamente, ma uniti da un anello che non si poteva più aprire. Quell’immagine la rassicurava.
Anche la chiave, non era sola. Quell’oggetto avrebbe condiviso la responsabilità di aprire la porta del casolare con qualcos’altro.
Solo Sandy provava un sentimento di solitudine…
Ed ecco che decideva di fare un passo avanti per toccare quel legno sigillato da decenni. Scostò qualche ramo secco e dell’edera che vi si era arrampicata sopra.
La serratura fu spolverata con la mano e Sandy infilò la chiave.
Il cuore delle tre amiche batteva all’unisono, si sentivano i tre battiti al galoppo, le guance erano arrossate. Trattennero il respiro e fu sorprendente, la chiave girò senza esitazione. Una, due, tre mandate. Tre secondi. Tre respiri sincroni. Il numero tre le legava, le separava e le avvicinava alla loro essenza.
Fu necessario che insieme le amiche spingessero la porta, che probabilmente era ostacolata dalla vegetazione sfacciata che si era accampata proprio sotto i suoi battenti.
In quel momento si riavviarono i rumori. Il cinguettio degli uccelli e le cicale ripartirono in coro.
Sandy riacquistò la vista e l’udito, le era sembrato di averli persi.
Credette di essere entrata in un altro mondo, come era successo ad Alice, ma quella era solo fantasia, Sandy non era caduta in nessuna buca e non aveva inseguito alcun coniglio…
E se invece le era successo esattamente quello? Era diventata Alice o sognava di esserlo?
Fu scossa dal ronzio di un’ape, troppo vicina al suo orecchio. Grazie ape operosa.
Le ragazze erano un paio di metri avanti a lei, alla complicata Sandy che si era persa ancora una volta nei suoi pensieri.
Varcata la soglia entrarono in un ambiente molto grande. Era una stanza ampissima, aperta.
Camminavano su erba e foglie, il pavimento non c’era.
A destra e a sinistra porzioni di muro, fatto di mattoni e in un angolo a destra si poteva scorgere ciò che restava di un maestoso camino, costruito per cucinare e scaldare quell’enorme ambiente.
Avanzando di qualche passo, si lasciarono alle spalle il grande portone, che si reggeva su un muro altissimo, quello che si scorgeva dal bosco, con due finestre troppo alte per poterci sbriciare dentro se si capitava da quelle parti durante una passeggiata nel castagneto.
Era stata proprio quell’aria di mistero ad attrarre, affascinare e incuriosire non solo le nostre tre ragazze, ma forse molti altri.
Volgendo gli occhi al soffitto si vedevano forti travi di legno, che sostenevano il tetto non terminato, si scorgeva il cielo. Mancava anche la parete di fronte a loro …
Dall’esterno sembrava un casale abbandonato, ma, una volta entrati il suo aspetto cambiava completamente.
Dentro, non era “ dentro”, ma era “fuori”. L’ambiente che si pensava chiuso da anni, era aperto da sempre.
Tutto lasciava intendere che fosse rimasto incompiuto o che, volutamente quella costruzione fosse stata lasciata così.

Le amiche non avevano parole, erano perse ad osservare e sentire tutta la suggestione che cresceva intorno a loro.
Come animali selvatici, stavano sfruttando i loro sensi…non si doveva più parlare.
Davanti a loro proseguiva il bosco, alti e forti alberi spiccavano verso l’azzurro.
L’ambiente era più o meno quello che avevano attraversato per giungervi, ma suscitava percezioni del tutto nuove.
Lì non faceva così tanto caldo, l’aria era più fresca e una leggerissima brezza le accarezzava.
I raggi del sole le baciavano, ma non scottavano la loro pelle.
Le ombre dei rami e dei cespugli offrivano refrigerio.
Tutto quel misterioso luogo faceva echeggiare suoni, non più rumori.
Avanzava con passo sicuro lungo quella specie di viale che sembrava conducesse da qualche parte.
Man mano che lo percorrevano udivano, in lontananza, una melodia, musica mista ad acqua. Un ruscello, una piccola sorgente, suoni suggestivi si rendevano sempre più distinguibili e chiari. Quella era musica.
Le gambe avevano accelerato il passo senza che la testa glielo avesse chiesto.
La musica, sempre più chiaramente udibile, le stava guidando.
Arrivate. Una radura incantata o stregata? Un pianoforte a coda, nero, lucido e brillante suonava per loro. Musica che le cullava e dava loro conforto e che faceva scendere lacrime dolci sui loro visi.

Musica dell’anima? Ognuna, forse, ne ascoltava una diversa…
Chi stava suonando per loro? Chi era quel talentuoso artista?
Le tre amiche non avevano più pronunciato una sillaba. Si erano ubriacate di sensazioni essenziali e nuove.
Si divisero, ognuna camminava, dondolava, avanzava in una direzione diversa.
Sandy era determinata a capire da dove provenisse quel rumore di acqua … pochi passi sicuri, una piccolo dosso e finalmente trovò la fonte. Un ruscello discreto, ma vivace, scorreva al di là di quell’altura.
Sandy sorrideva, immergeva le sue diafane mani in quella trasparenza incontaminata, fredda e purificatrice. Le portava al viso, rinfrescava le sue guance. Tolse le scarpe e si bagnò i piedi.
Sentiva la vita scorrerle addosso ed eccitarla. Era felice, esplodeva di vita.
Comprendeva…
Annuiva e ringraziava il musicista …
Le amiche la chiamavano, non la vedevano più, lei gridava più forte di loro, ma non la sentivano.
Allora corse giù, tornò alla radura, dove la stavano aspettando. Una la prese per mano e la condusse vicino alla quercia che vigilava quell’incantevole luogo e le mostrò una piccola scatola di legno, nascosta in una crepa dell’enorme tronco. Era sigillata da un grande e sproporzionato lucchetto. Chi aveva la chiave per aprirlo?

Si guardarono ancora una volta con stupore e complicità.
La loro passeggiata al casolare si stava rivelando sorprendente e Sandy stava cambiando per sempre.
Non restava che scoprire cosa vi era custodito all’interno.
Raggi caldi del sole illuminarono i capelli di una ragazza, erano rossi, sembravano fuoco.
L’altra amica, a piedi nudi nella terra, sul morbido muschio, Sandy sentiva ancora la musica dell’acqua che scorreva fresca. Tutte e tre respiravano quell’aria e godevano del leggerissimo vento che di tanto in tanto soffiava su di loro …