Sulla pista del Capital Indoor Stadium di Pechino, ecco le pattinatrici più forti delle Olimpiadi. Tra queste le tre russe: la Shcherbakova, la Trusova e Kamila Valieva, l’atleta prodigio, la quindicenne risultata positiva a una sostanza vietata, che sarebbe in grado di potenziare la prestazione sportiva, riducendo lo sforzo e aumentando la resistenza cardiaca.
Il Comitato Olimpico Internazionale è chiaro: in caso di vittoria per la pattinatrice, non ci sarà nessuna cerimonia di premiazione. Viene tutto congelato fino al chiarimento della penosa vicenda di doping. Alla finale del corto libero femminile, ci sono anch’io. La reginetta del pattinaggio russo cade quattro volte nel disperato tentativo di eseguire i suoi due salti quadrupli. Mi sento male per lei. La tensione degli ultimi giorni si fa sentire. In pista c’è una bambina, lasciata sola.

Sola, tra le lacrime e nella disperazione, mentre le sue compagne di squadra salgono sul podio: oro e argento per le giovanissime atlete russe. Al terzo posto invece la giapponese Kaori Sakamoto. L’unica a gioire. Leggo che il caso Valieva arriva appena tre anni dopo che la Russia è stata bandita alle Olimpiadi a causa di un programma antidoping sponsorizzato dallo Stato. Non spetta a un giornalista fare dietrologia ma mi viene spontaneo scagionare la quindicenne, non protetta dal suo team e dalla sua gelida allenatrice Tutberidze, la prima indiziata di questa terribile vicenda, per i metodi discutibili della sua scuola.

“E’ stato agghiacciante vedere come è stata accolta dal suo entourage”, dice il Presidente del CIO, Thomas Bach ai giornalisti, commentando il modo in cui la Tutberidze si è rivolta alla sua pupilla alla fine della prova.
Sembra le abbia chiesto ripetutamente: “Perchè hai lasciato andare, perchè?”
Il dramma della finale coinvolge anche la seconda qualificata, la Trusova, dalle chiome rubino, che ha una crisi isterica per non aver vinto l’oro. Inizia a urlare: “Odio tutti! Odio il pattinaggio. Tutti hanno una medaglia d’oro, tutti! Ma io no!”. E’ tutto ripreso dalle telecamere indiscrete dei cronisti. Tutto questo fa capire la pressione del sistema sportivo russo sugli atleti nella corsa al medagliere, a tutti i costi. La finale di pattinaggio è una sconfitta per la Valieva e per lo sport in generale.

Penso alla famiglia dell’atleta, alla pena che può provare la sua mamma, che la segue sul canale russo, nel vederla sconvolta. Ma poi leggo che i suoi familiari avrebbero già mostrato un certificato medico con la prescrizione del farmaco incriminato, preso dal nonno della Valieva. Per sbaglio la giovane quindicenne avrebbe bevuto dallo stesso bicchiere del nonnino cardiopatico, colpevole di aver forse lasciato incustodito quel bicchiere. Questo spiegherebbe la presenza accidentale della sostanza nelle analisi della nipote. Mi fermo qui perchè ho l’idea che la storia sia solo alle prime pagine. Sarà responsabilità della giustizia sportiva risolvere il giallo. Quello che resta è il pianto disperato di una bambina, i cui sogni di reginetta sono oramai affilati come le lame dei pattini che lasciano cicatrici pesanti sul ghiaccio.
Ecco il filmato in qualità di “observer”, cioè osservatrice, in uno stadio deserto, alla vigilia della gara.