Un venerdì di Gennaio, una fila di persone lungo il viale di un noto ospedale romano, io e mia figlia minore in attesa della dose booster. Armate di pazienza, nonostante la giornata fredda, chiacchieriamo augurandoci che il tempo passi velocemente. Mi guardo intorno, scruto ciò che è visibile di tanti volti quasi totalmente nascosti da mascherine e cappelli di lana. Tra questi due occhi molto particolari catturano la mia attenzione: scurissimi, profondi, occhi che rivelano un certo timore, un senso di smarrimento. Appartengono ad un giovane straniero, forse indiano, che sta in fila un po’ più avanti rispetto a noi e che ogni tanto si gira all’indietro e riferisce qualcosa al ragazzo che lo accompagna.

Finalmente entriamo nella sala accettazione e da lì ai tavoli per la “chiacchierata” che precede il vaccino. I due ragazzi precedono me e mia figlia e iniziano a rispondere alle domande incalzanti del dottore: da dove venite, da quanto tempo state in Italia, svolgete un lavoro, ecc. Noto che solo uno dei due ragazzi parla l’italiano mentre l’altro ha difficoltà a rispondere e lo guarda come per chiedere aiuto visto che è proprio lui che deve vaccinarsi. La dottoressa che deve occuparsi di mia figlia è in ritardo. Inevitabilmente ascolto le risposte del ragazzo accanto a noi, in pochi minuti la storia della loro famiglia: lui e i genitori in Italia da qualche anno, l’altro il fratello minore appena arrivato, via mare, per ricongiungersi a loro.

E’ una storia già sentita tante volte, ma oggi mi fa riflettere molto di più forse perché quel giovane dagli occhi scuri ha la stessa età dell’altra mia figlia ventenne, forse perché penso a come possa essere stata la sua vita fino ad oggi senza la vicinanza e l’affetto dei suoi cari, forse perché penso a come sia andato un viaggio così lungo, in mare, in quali condizioni e soprattutto con chi questo giovane ha potuto condividere ansia e paura.
L’arrivo della dottoressa mi distoglie da questi pensieri, rispondo alle sue domande, prendo il foglio timbrato e firmato e accompagno mia figlia nel box per ricevere la dose booster.
I 15 minuti di attesa post vaccinazione passano in fretta per lei e per il giovane straniero che sento un po’ mio figlio. Gli sorrido e lui timidamente ricambia abbassando subito lo sguardo.
Ora rientriamo a casa. Lungo la strada, di lato, tra la gente due occhi scuri e meno timorosi attendono un autobus e un futuro migliore.