Dopo un processo lungo 3 anni le ultime sette persone coinvolte nella preparazione dell’attentato terroristico all’Holey Artisan nel quartiere di Gulshan sono stati condannati a morte. Raid, indagini, interrogazioni, testimonianze hanno convinto i giudici che queste sette persone (in realtà otto, uno è stato prosciolto dalle accuse) non meritano alcuna foma di clemenza e pietà; del resto fa rabbia vedere che fino al momento dell’arrivo in tribunale non hanno mai mostrato segni di cedimento o pentimento, anzi, all’uscita dal furgone con cui sono giunti in tribunale, un paio hanno puntato l’indice al cielo, segno della loro fede nell’unicità di Allah, due indossavano copricapi con la scritta IS (Islamic State) a cui mai hanno negato di appartenere, altri sogghignavano. Alla fine della lettura della sentenza si sono abbracciati. Era quello che volevano e quello che succederà, in attesa della ricompensa divina: 

Un atteggiamento che conferma il massimo sdegno prima per la vita altrui e poi per la loro stessa. Bestie private di ogni residuo di umanità, criminali tanto più disprezzabili perchè agenti in nome di una versione travisata della religione. Hanno avuto il massimo della pena in un paese in cui vige la pena di morte. 

La tragedia che si è consumata la sera del primo luglio di tre anni fa ha rivelato la presenza di cellule fondamentaliste islamiche nel paese di cui non si avevano informazioni e immediatamente dopo l’attacco è scattata la controffensiva del governo. Ricordo di quel periodo il sussegguirsi di raid. Ad agosto venne ucciso Tamid, la mente, a settembre Murad, il suo vice. Via via gli altri ideatori, i fornitori di armi, arrivate dall’India e trasportate a Dhaka su un camion carico di mango. La polizia ha potuto contare sulla popolazione scioccata e pronta a collaborare. I raid che si sono susseguiti a ritmo incalzante, uno dopo l’altro fino a dicembre del 2016, sono stati anche il frutto di soffiate. Denunciava chi vedeva un andirivieni strano dalla casa vicina oppure la totale mancanza di movimento; denunciavano i proprietari di case date in affitto a persone sospette. Era diventato obbligatorio presentare una scheda informativa delle persone a cui si dava in affitto le case; ogni nucleo familiare, sia in affitto che proprietario dell’appartamento, doveva consegnare i propri dati alla stazione di polizia di quartiere. Siamo stati schedati tutti, bengalesi e non. Anche gli stranieri, me compresa, con uno zelo che ha sfiorato denuncie per violazione della privacy. In poco tempo sono state smantellate le cellule terroristiche risalendo alla rete dei loro contatti. La polizia non risparmiava nessuno, nemmeno le mogli e i figli degli appartenenti a quello che poi si è venuto a sapere essere le nuove formazioni fondamentaliste (New JMB) nate dalla precedente messa al bando del partito Jama’atul Mujahideen Bangladesh; anzi loro stesse si facevano saltare in aria insieme ai figli una volta capito che non avrebbero avuto via di scampo. In questi ultimi tre anni i raid si sono fatti meno frequenti ma la polizia è sempre in allerta. Si cercano ancora membri di questo partito. L’ultimo raid lo scorso aprile in cui due sospetti militanti sono stati uccisi. 

Queste sette persone non erano le menti dell’attacco ma vi avevano partecipato in vario modo: chi aveva fornito le armi, chi le bombe a mano; chi aveva dato ospitalità qui a Dhaka ad altri membri già uccisi in raid precedenti, chi aveva fatto i sopralluoghi all’Holey Artisan nei giorni immediatamente precedenti all’attacco in cui sono stati massacrati i nove italiani, Adele, Marco, Maria, Cristian, Vincenzo, Claudio, Claudia, Nadia e Simona; due poliziotti bengalesi, due camerieri, tre bengalesi e una ragazza Indiana, amica del ragazzo Bengalese che si è reso protagonista di un gesto incredibile di amicizia e solidarietà nei confronti delle due sue amiche che si trovanvao con lui quella sera. Faraaz, questo è il nome del ragazzo allora 20enne, aveva recitato il corano come richiesto dagli attentatori i quali, soddisfatti, gli avevano dato la possibilità di andare via. Si è rifiutato di abbandonare le due amiche, una delle quali studiava con lui alla Emory University in America. Faraaz, la cui storia forse non è arrivata sui giornali italiani, viene qui considerato un eroe. La sua famiglia, come tra l’altro quella della sua amica Abinta, ha creato a suo nome una fondazione che premia giovani protagonisti di atti di eroismo. Qui nessuno mai si dimenticherà di loro, nè dei bengalesi, nè dei nove italiani, nè dei sette giapponesi uccisi, complice adesso anche questa sentenza storica per il Bangladesh. Non lo hanno fatto i bengalesi che li ricordano ad ogni anniversario e neanche gli stranieri che, dopo un primo momento di sconcerto e paura, stanno tornando. Di certo non li dimentico io se a distanza di tre anni mi guardo ancora le spalle se cammino per strada, se quando entro in un ristorante mi siedo in un posto dove è visibile la porta d’entrata, se quando vado al cinema studio la sala per capire da che parte uscire in caso di emergenza e se ogni volta che entro in ambasciata mi prende un nodo allo stomaco passando davanti alla stele commemorativa inaugurata quest’anno.

La famiglia di Faraaz, come del resto tutte le altre famiglie coinvolte, ha espresso soddisfazione in merito al verdetto e hanno ringraziato le forze dell’ordine per l’impegno dimostrato affinchè si arrivasse a una sentenza in tempi brevi. Ora sperano che la sentenza venga confermata e l’esecuzione eseguita quanto prima possibile. Anche l’America, che ha aiuto la polizia Bengalese nelle indagini, ha subito dimostrato il suo apprezzamento per la condanna a morte di queste sette persone. Leggendo i giornali e ascoltando le interviste fatte alla gente comune, non una persona ha dimostrato dubbi sulla natura della sentenza perchè’ questo è quanto si meritavano per aver ucciso con un’efferatezza mai vista prima qui in Bangladesh e per aver dato al mondo un’immagine sbagliata del Bangladesh e dell’Islam.

L’intento degli attentatori era quello di destabilizzare il paese, attirare l’attenzione dell’ISIS, far sfuggire gli stranieri, ospiti indesiderati in un paese musulmano, creare danni all’economia. 

In questo non ci sono riusciti. Le forze di polizia, ma soprattutto la primo ministro, stanno cercando in tutti i modi di ridare al Bangladesh l’immagine di un paese secolare, in cui le forze fondamentaliste vengono schiacciate sul nascere evitando che si propaghino. 

Il pugno di ferro del governo nei confronti del fanatismo fondamentalista era iniziato già qualche anno prima, subito dopo l’elezione al governo di Sheikh Hasina nel 2009. Di conseguenza, a cominciare dal 2013 e poi sempre di più nel 2014 e 2015, i fanatici avevano cominciato a sferrare i primi attacchi contro il secolarismo. Vittime per lo piu’ intellettuali atei o che si battevano apertamente su blog contro il fondamentalismo, attivisti gay o membri delle minoranze. Fino al 2015 erano tutti bengalesi. Poi il loro target sono diventati gli stranieri. 

L’Holey Artisan è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, uno spartiacque fra il prima e il dopo. 

L’esito del pugno di ferro del governo non poteva essere diverso. Tutti si aspettavano la pena di morte e questo hanno ottenuto. Si potrebbe aprire il dibattito tra chi è favorevole alla pena di morte e chi non lo è. Se qualcuno in Italia – ricordo di avere letto l’intervista al fratello prete di Simona, la ragazza, tra l’altro incinta di cinque mesi, trucidata quella sera – afferma che uccidere un’altra persona per vendetta è anch’essa una forma di violenza, qui in Bangladesh non credo nessuno si sia posto il quesito. La condanna a morte chiude il ciclo, dopo di che si può ricominciare a vivere. Ma è veramente cosi? 

I bengalesi sono arrabbiati perchè l’attacco ha voluto dare un’immagine del paese che non corrispondeva allora e neanche adesso alla realtà ed ha strumentalizzato la religione musulmana proiettandola come una religione intollerante e fondamentalista. 

Sono certa che le condanne verranno confermate. 

La gente lo vuole e sono pronti a scendere in strada a protestare in caso contrario. In realtà, non solamente per questo caso cosi violento e dove le vittime sono state per la maggior parte straniere.

Queste condanne vanno inserite in un contesto un po’ più ampio. La gente è stufa di passate ingiustizie, di criminali coperti e mandati in esilio in America, Singapore, ecc., ladri e corrotti che trafugano milioni di dollari fuori del paese e la passano liscia, stupratori che neanche vengono mandati a processo. Questa condanna si aggiunge a quella di poche settimane fa nei confronti di 25 persone colpevoli di avere preso parte all’omicidio di una ragazza che aveva osato denunciare il preside della scuola che frequentava per molestie sessuali. La ragazza è stata bruciata viva per ordine del preside stesso. E’ stato condannato a morte il preside, le compagne di scuola che l’avevano convinta con una banale scusa a salire sul tetto della scuola dove è avvenuto l’omicidio, chi ha fatto da palo, chi ha comprato il kerosene, chi aveva precedentemente impedito che denunciasse e chi voleva che ritirasse la denuncia. 

Ieri la notizia della condanna a morte di altre sette persone coinvolte nell’uccisione di un parlamentare da parte del suo rivale.

Siamo in attesa di un altro verdetto clamoroso riguardante l’uccisione di uno studente di una delle migliori università statali di Dhaka da parte di alcuni suoi compagni di corso appartenenti all’ala studentesca del partito al governo. Lo hanno bastonato per cinque ore interrotte solamente da una pausa in cui gli studenti sono andati a cena; è morto alle due di notte abbandonato sulle scale dell’ostello deve alloggiava per il dolore e le emorragie interne. Ci sono 25 studenti indiziati. Sono certa che anche a loro toccherà il patibolo. Questo è quello che la gente vuole e spera. 

E’ il risultato della fermezza della primo ministro che ha dichiarato tolleranza zero verso tutti i crimini sia che siano motivati dall’odio, dall’intolleranza religiosa, o da altro. Ma questi processi affrettati, poco trasparenti, di cui non si sa niente per mesi perchè neanche la stampa ha il permesso di seguire non corrono il rischio di mettere in dubbio la giustizia stessa? E’ possibile che tutti abbiano lo stesso grado di colpevolezza?

La pena di morte è uno schiaffo della giustizia. E’ una vendetta consumata in tempi brevi per essere certi della pena ma non risolve niente. Le cause del male sono altrove. Vanno ricercate in chi nelle scuole coraniche predica l’odio e una versione non veritiera della religione, nella misogenia imperante della società, nel patriarcato giustificato non solo dalla religione ma anche dalle leggi di stato, nel vuoto mentale di giovani depressi e disillusi che trovano conforto in chi promette loro il paradiso. 

Gli sforzi devono andare in questa direzione, ma non mi sembra che si stia facendo abbastanza.