Non si vede mai tramontare il sole a Dhaka.

La linea dell’orizzonte, quella che divide il cielo dalla terra o dal mare è tristemente sostituita dai tetti dei palazzi, dove i bambini qui vanno a giocare, le donne a passeggiare, le domestiche a spettegolare.

Trovi un orizzonte a caso al di fuori del finestrino, un punto che vada oltre l’immediato; lo fissi, ti sistemi comoda sul sedile posteriore; comtempli; facciamo finta che sia questo il tramonto.

Fuori i claxon delle macchine, i campanelli dei rickshaw, rumore di motori, movimento disordinato. Un flusso continuo di rickshaw, macchine, motociclette, autobus e ancora macchine, moto, biciclette. Un flusso di suoni, rumori di sottofondo; chiudi gli occhi, e riesci a geolocalizzare la posizione delle macchine attraverso il suono che emettono.

A Dhaka tutto si trasporta. La vita si trasporta, c’è scambio, c’è flusso. Le persone vengono trasportate da un posto all’altro di continuo: sui rickshaw, sugli autobus, sulle moto e sulle biciclette, sulle barche a Sadarghat, il porto di Dhaka, uomini che spingono uomini sui carretti. Non solo le persone, merci di qualsiasi tipo vengono trasportate, il cibo viene trasportato, materiali da costruzione delle centinaia di cantieri sempre aperti di Dhaka, cavi d’acciaio lunghissimi, bamboo che qui si usano come impalcatura; frigoriferi, condizionatori, letti, divani, mobilio, pezzi di vita di chi sta traslocando. Nell’era delle transazioni invisibili (Amazon, eBay, ecc.) a Dhaka lo scambio è visibile e udibile, è ubiquo in città; le strade, quelle striminzite di Dhaka vecchia e quelle grandi, come vene aperte. Gli scambi pulsano, sono vita nello spazio pubblico. Uno spazio pubblico molto fluido, mai statico. Dhaka è un processo, una città in continua costruzione e movimento. E niente viene nascosto. Tutto succede sotto i tuoi occhi, senza vergogna, senza pudori. Lo spazio pubblico può diventare il tuo spazio privato.

Verrebbe da pensare dopo queste riflessioni su Dhaka se oltre allo scambio, al movimento continuo, qualcuno si ferma a parlare? Avvengono gli incontri tra le persone? In altre parole, parlano le persone tra di loro? E dove? Dove stanno le persone, dove giocano i bambini, dove si incontrano i giovani? Succede anche a Dhaka quello che dovrebbe succedere negli spazi aperti pubblici? Le persone che si muovono a Dhaka, lo fanno per piacere oppure si spostano da un punto all’altro solo per per necessità?

Quando guardi Dhaka dal finestrino della macchina, il ritmo è continuo, il flusso appare ininterrotto dall’alba e ben oltre il tramonto. Ma se si fai attenzione, ti rendi conto di una cosa molto chiara e al tempo stesso anche molto strana: la sensazione che uno avverte non è di fretta, ne’ di stress ma questo continuo movimento che vedi è vita, semplicemente di vita in movimento. Perchè?

Quando meno te lo aspetti, ti accorgi che il movimento si arresta. Dove? Ai tea stall, luoghi di incontro più o meno formali che occupano spazi più o meno grandi sui marciapiedi; chi si ferma per bere un bicchiere di te a piccoli sorsi perchè deve essere caldissimo anche quando ci sono trentacinque gradi, chi a mordere a una focaccia rigorosamente assieme alla banana, chi a farsi una sigaretta, guardare la TV dalla vetrina di un negozio di elettrodomestici; commentare il tempo o l’ultimo scandalo politico. A Dhaka sì, ci sono spazi di incontro pubblici. Il mio preferito? Le panchine di legno, sottili e lucidissime, dei tea stall. Se solo potessi starmene seduta li in pace ad ascoltare e a osservare senza quella piccola folla che si accumula sempre attorno a uno straniero. Se solo potessero parlare, quante storie avrebbero da raccontare quelle panchine! Posti dove non si sta ma si vive.

Conosco un giornalista australiano che come me si è innamorato delle panchine dei tea stall. Ma lui ha fatto di più: se n’è comprata una, convincendo con non poco sforzo il suo attonito proprietario e l’ha messa nel terrazzino di casa sua dove si siede la sera a bere il te e a guardere la vita che scorre nella strada di sotto.

Dhaka vive e la vita è visibile ad ogni angolo, su ogni marciapiede; tutto quello che in una città occidentale moderna verrebbe nascosto a Dhaka succede alla luce del sole, sulle strade, nei mercati, lungo la riva dei fiumi.

I processi di produzione, i lavori sono a livello della strada. Il barbiere, il calzolaio persino il sarto.

Nei mercati pile enormi di cipolle vengono pelate finchè rimangono belle e lucide, pronte da vendere. Ore e ore di lavoro visibile in strati su strati di involucri di cipolle, dune leggere arancione-viola.

Attività da noi invisibili diventano visibilissime a Dhaka, dove i processi di trasformazione, preparazione e vendita non si sono industrializzati ma sono ancora eseguiti manualmente da una forza lavoro in sovrabbondanza, spesso sfruttata ma molto richiesta.

Gli scarti del lavoro pronti per essere portati via; ancora una volta entra in gioco il trasporto.

Anche l’immondizia non sfugge a questa equazione. E’ visibile. A Dhaka anche l’immondizia si raccoglie, si trasporta, si trasforma sotto gli occhi di tutti. A Dhaka esiste un sistema informale di raccolta, differenziazione e riciclo molto efficiente eseguito dai cosidetti tokai (i raccoglitori di immondizia, molto spesso bambini degli slum): girano per lo strade con il loro sacchetto di plastica che tengono aperto e teso tra il gomito e la mano, occhi attentissimi a terra per individuare plastica, carte, ecc. tutte cose che possono essere reciclate e che poi alla sera porteranno nei centri di raccolta in cambio di pochi spiccioli. Non viene reciclata solo l’immondizia locale. Plastica, oli usati, batterie, piombo vengono importati da altri paesi, tra questi soprattutto la Cina; nel porto di Chittagong, la seconda città più grande del Bangladesh, arrivano persino le navi per essere smantellate e il reciclabile reciclato.

L’immondizia per noi deve o dovrebbe rimanere invisibile, il più nascosta possibile, anche gli impianti di smaltimento per legge devono rimanere lontani dai centri abitati.

Ma a Dhaka l’immondizia non solo è visibile ha anche valore, è fonte di vita e permette a molti di sopravvivere. Viene trasformata e rimessa sul mercato, nelle strade, rientrando a far parte di un nuovo flusso di movimento e di scambi.

Una manciata di pensieri sconnessi, riflessioni nate guardando la vita scorrere fuori dal finestrino della macchina. Scendi ed entri tutto d’un tratto anche tu a fare parte di quella vita, della loro vita e anche tu come loro vivi.