Arrivasti a Napoli in una calda giornata di luglio e mandasti all’aria il mio appuntamento perche’ il mio fidanzato dell’epoca, a me scelse te. Io non sapevo nemmeno chi fossi e del calcio mi importava poco a parte un’infatuazione per la Juventus, perche’ da bambina qualcuno mi aveva portato a vedere una partita della squadra torinese. Ma ho sempre amato la genialità, sotto qualsiasi forma e tu eri fottutamente geniale. Ed eri stato povero come eravamo poveri noi a Napoli, e per quello avevi una smodata voglia di vincere, di rifarti, di restituire a te stesso e alla tua famiglia, l’infanzia che ti era stata negata. La fame, pero’, spesso diventa bulimia e tu divoravi tutto senza regole, soprattutto fuori dal campo. In campo, invece, le regole le dettavi tu, perche’ agli altri, se fortunati, era concesso stare dalla tua parte e seguire le tue pennellate michelangiolesche; ai calciatori delle squadre rivali, restava solo il correrti dietro per provare a fermarti, per provare a interrompere l’inaspettata magia che tiravi fuori dal tuo cilindro di affabulatore di stadi.

Con te, grazie a te, noi che non avevamo mai nemmeno osato sognare senza vergognarci del nostro stesso ardire, imparammo che, insieme, potevamo essere la squadra piu’ forte di tutte: tu il capitano, noi parte saliente della tua folle passione che sentivamo finalmente possibile. Ci hai fatti vincere, ci hai, come si dice a Napoli, tolti lo scuorno da faccia, facendoci passare in pochi anni da pezzenti con i pantaloni rattoppati, a sognatori in grado di dettare le regole, scavalcare le montagne e vincere contro ogni plausibile dubbio.

Ci hai guidati nella gioia. Ci hai spinti a credere in noi stessi. Ci hai sostenuti quando ci volevamo arrendere.
E tutto cio’ non e’ avvenuto solo all’interno del San Paolo. Non solo nelle trasmissioni sportive. E’ avvenuto in una citta’ che, piu’ di altre, ha sempre bisogno, non di eroi, bada bene, e tu eroe non lo sei stato, ma di capitani, di geni fottutamente folli, in grado di credere nei propri sogni e nella possibilita’ di realizzarli soprattutto se “giusti”.

Nessuno ha fatto di te un eroe. Un simbolo. Un modello da seguire. Le tue umane debolezze sono state sempre chiare a tutti e ci hanno fatto accartocciare il cuore quando abbiamo capito che stavano avendo la meglio su di te, sul nostro capitano. Ognuna di quelle debolezze l’hai pagata sulla tua pelle e, quindi, sarebbe auspicabile che, almeno di fronte al tuo lasciarci, portandoti via la nostra gioventù, si tacesse, evitando di spargere retorica stantia per ricordare (a chi???) che non sei stato un modello. Forse bisognerebbe spiegare a loro che eri un calciatore, il miglior calciatore della storia del calcio e che le tue debolezze umane, le profonde tenebre senza luce, che per troppi anni ti hanno tolto l’aria, fino a far soccombere il tuo cuore, pazzo piu’ di te, ti hanno impedito di essere un genio ancora piu’ grande, ancora piu’ a lungo.

Ho saputo di te con un messaggio, del mio amico Salvatore: “Diego”. Stavo lavorando. Non potevo reagire, ma ho capito subito. Ho continuato a fare cio’ che stavo facendo, su zoom, con le lacrime che mi tagliavano la gola. E poi ho potuto finalmente pensarti, ritornare con la mente a quel giorno di giugno in cui tornasti a Napoli per l’addio al calcio di Ciro Ferrara e Ciro mi chiese di essere la tua “ombra” discreta, nel caso avessi bisogno di qualcosa. Fui io ad avere bisogno di te, per accontentare una richiesta di Antonio Bassolino, allora governatore della Campania. Mi dicesti “vado a riposare in camera, quando sei pronta vieni da me e lavoriamo a questa cosa” e desti disposizione alle tue guardie del corpo di farmi passare in qualsiasi momento. Quando mi apristi la porta, avendo completamente dimenticato il nostro impegno, eri in mutande e con un sigaro in mano; ti vergognasti e ti nascondesti dietro la porta chiedendomi mille volte scusa. Io, rossa in viso provavo a tranquillizzarti. Poi ridemmo e dicesti: “vabbe’ ormai mi hai visto, entra e facciamo questa cosa”. Leggesti con attenzione le cose che avevo scritto, correggesti, aggiustasti, rileggesti. Serio, concentrato, impeccabile. Poi mi accompagnasti alla porta. E mi sorridesti.

Quella sera alla festa in spiaggia, scortai Bassolino alla tenda dove stavi con la sua famiglia. Mi ero cambiata e avevo un vestito e i tacchi alti. La guardia del corpo, appena mi vide, disse, “lasciate passare Angela”. Entrai e ti vidi, con le tue figlie e altri calciatori di quel Napoli campione d’Italia. Mi avvicinai timidamente e ti dissi: “Diego, ti ricordi di me… sono qui con il presidente Bassolino”. Tu ti alzasti e mi dicesti in un orecchio “sarei proprio da buttare se non mi ricordassi di una bella donna come te”. Lasciai che tu e Bassolino parlaste, guardandovi in disparte, sapendo che dopo poco sarei andata via senza nemmeno un ricordo, una foto. Nulla. E così stava succedendo quando, un impulso piu’ forte di me, mi spinse a tornare indietro; tu stavi per sederti e io ti dissi “Diego, oggi e’ il mio compleanno, mi fai gli auguri?”. Non rispondesti, ma cominciasti a chiamare gli altri calciatori, fra cui Antonio Careca e dicesti “e’ il compleanno di Angela, facciamole gli auguri” e tutti insieme intonaste “tanti auguri a te”.

Fu la mia ultima estate a Napoli. I miei sogni e il desiderio di non farli morire, mi avrebbero spinto verso New York di li’ a poco.

No, Diego non e’ stato un eroe. E’ stato un genio e un sognatore. Che ha saputo dare a molti di noi il senso della bellezza, della fiducia in noi stessi e della possibilita’ di farcela.
Se non avete amato Diego va bene.
Se non e’ stato il vostro capitano va bene.
Ma e’ stato il nostro.
E ne saremo per sempre grati