New York

Si pensa sempre che accadrà ad altri. Si pensa che il privilegio, garantito dall’avere la pelle bianca e dall’arrivare dalla “ricca” Europa, in aereo e non a piedi attraverso deserti e fiumi, sia uno scudo contro l’odio e contro questo delirio senza senso che sta scuotendo il mondo.

“Torna a casa tua”, si urla nei paesi più ricchi, che spesso la propria ricchezza l’hanno costruita proprio grazie agli immigrati, rifiutando non lo straniero, sia chiaro, ma il povero, il bisognoso, colui che rischia la vita.

“Torna a casa tua”. E seguono insulti e ingiurie irripetibili. “Qui nessuno ti vuole”. Come se poi si pensasse davvero di poter parlare per tutti e di essere davvero proprietari di una casa che, invece, non ci appartiene, sebbene ci stiamo prendendo il lusso di disfarla pezzo per pezzo, distruggendo l’ambiente, che è tutto ciò che consente la vita stessa.

“Torna a casa tua”. Come se esistesse qualcuno, a questo mondo, disposto a lasciare la casa di origine, gli affetti, i familiari, la quotidianità, affrontando viaggi spesso senza approdo, se quella casa non fosse un inferno che ti brucia, che ti insegue, che ti minaccia.

“Torna a casa tua”.

 

 

Una sera, poco più di una settimana fa, lo hanno detto a me. Una voce piena di livore che urlava al mio numero personale, chiamandomi per nome e dicendomi che dovevo andar via.

“Lurida puttana italiana”, mi hanno detto.

“Merda liberale” hanno aggiunto.

“Prepara i tuoi bagagli che stiamo venendo a prenderti”, mi hanno ripetuto.

 

Io ascoltavo attonita. Congelata.

Pensando a tutti gli italiani che nello stesso momento, in qualche parte del paese stavano urlando quella stessa cosa a qualcun altro, a un altro “straniero” odiato per il colore della pelle, per un velo sul viso, per una religione senza crocifissi, per un cibo senza carne di maiale.

Ero lì al telefono, in un paese che amo, dove cerco di fare il mio lavoro al meglio, rispettando le regole e integrandomi in una comunità così eterogenea, e qualcuno mi urlava il suo odio.

Perchè italiana. Perchè liberale.

Ho pianto con i poliziotti mentre il loro sguardo intristito mi consolava almeno un po’. Ho pianto per i successivi due giorni, a ogni ragione e senza una ragione.

E poi ho smesso di piangere.

Ho preso la bicicletta e ho pedalato lungo l’Hudson, a respirare tutto l’amore, l’accoglienza, l’apertura e la fratellanza che quella città mi ha insegnato.

 

A New York vivono ancora oggi circa 200mila italiani irregolari. La città li protegge al meglio.

Gli immigrati irregolari che risiedono sul territorio americano, sono entrati in larga maggioranza con un visto temporaneo e non sono più usciti.

Non sono arrivati e non arrivano a piedi, nè sulle navi, nè devono scavalcare muri. Arrivano in aereo.

Ma molti hanno la pelle bianca e sono europei.

 

Prima di dire a qualcuno di tornare a casa, dovremmo capire che qualcuno potrebbe dirlo a noi. Con le stesse idiotiche ragioni.

Quelle dell’odio.

Che non mi appartengono.

Infatti, io resto.