Continua il dibattito sul destino di molte grandi città che, in tanti, in maniera categorica, dichiarano “morte per sempre”. Da Londra a New York, e’ tutto un epitaffio, anche un po’ trionfalistico, come ce ne sono stati altri simili in passato, di fronte a grandi crisi o tragedie dolorose. Il professor Steven Cohen, docente presso il Dipartimento di Relazioni Internazionali della Columbia University, ci spiega, pero’, perché tali visioni apocalittiche sono molto lontane dalla realtà.

“Partiamo da un concetto importante: New York ha avuto sempre i suoi problemi ed é stata dichiarata sconfitta altre volte: durante l’occupazione inglese fra il 1776 e il 1783; durante la guerra Civile, e poi ancora durante la Grande Depressione degli anni Trenta, quando Central Park era diventata un accampamento per i senza tetto. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale fino agli anni Ottante, la citta’ ha perso milioni di abitanti, con un picco negli anni ’70, quando siamo andati vicinissimi alla bancarotta nel passaggio da un’economia industriale a una basata sul terziario. Oggi nemmeno lo ricordiamo più, ma a New York producevamo cose, a cominciare dall’industria manifatturiera che costituiva la gran parte del nostro PIL. Gli anni ’70 e ’80 sono stati quelli in cui eravamo sopraffatti dalla criminalità e dalla droga: all’inizio degli anni ’90, all’apice della crisi, in città furono registrati 200.000 omicidi. E poi c’e’ stato l’11 settembre e l’uragano Sandy e la recessione del 2008 e del 2009: insomma, ripeto, New York e’ stata dichiarata morta molte e molte volte, ma sempre sbagliando”.

E come facciamo a credere che anche questa volta si tratta di dichiarazioni avventate?
“La città é caratterizzata da una grande diversità: il 40% di chi vive qui, proviene da altri paesi. E’ una citta’ estremamente vibrante, molto ambiziosa, e anche in queste settimane, mostra chiaramente i segni della resilienza. L’attrazione che suscita questa metropoli verso l’economia globale, non scomparirà e lo testimonia il fatto che questo é il luogo dove c’e’ la maggiore diversita’ linguistica al mondo, unita a una qualità della vita difficile da trovare altrove, che spingerà di nuovo le persone a trasferirsi qui. Peraltro é in atto un processo per rendere la città sempre più rispettosa dell’ambiente e le persone apprezzano questo. Gli esseri umani, poi, sono creature sociali alle quali piace trascorrere del tempo insieme: ecco perché saliamo su un aereo per 15 ore per andare a Hong Kong e fare una riunione di due ore: perché si riesce a fare molto di più in quelle due ore che in un numero infinito di incontri su Zoom. C’e’ qualcosa nella comunicazione tridimensionale che e’ estremamente importante tanto da essere insostituibile e si tornera’ a quella, appena possibile. Lo faremo con tutte le dovute precauzioni, naturalmente, come abbiamo fatto dopo l’11 settembre. Oggi nemmeno ricordiamo che, prima di quella data, si volava localmente, praticamente senza controlli; invece, oggi siamo abituati al fatto che persino per accedere a molti edifici sia necessario passare la security”

Torneranno anche i turisti?
“Il turismo probabilmente sarà il settore più lento nella ripresa. L’anno scorso abbiamo avuto 66 milioni di turisti a New York. Sicuramente il 2020 sara’ terribile da questo punto di vista e ci vorra’ un po’ prima che le persone riprendano la totale confidenza per viaggiare. Ma lo faranno. E non dimentichiamo che la citta’ ha anche altri settori importantissimi: gli affari, l’istruzione, gli ospedali specializzati, l’informazione, la cultura e tutto contribuira’ alla ripresa. Ci vorra’ solo un po’ di tempo, ma la citta’ e’ tutt’altro che morta”