Di Laura Khasiev

Ci si è ritrovati a vivere un “sogno di una notte di mezza estate” andando al Globe Theatre di Roma, che nonostante le restrizioni del periodo, ha potuto mantenere il suo programma stagionale, che prevede una delle opere più celebri di Shakespeare, concedendo al pubblico di vivere una magia che ultimamente è rara.

A tutto ciò si unisce una messinscena diretta in modo magistrale, che porta con sé un’esperienza di quattordici anni, gravida della memoria del suo regista Riccardo Cavallo, scomparso nel 2013. Quest’anno più che mai è stato possibile vivere quella sensazione di gratitudine, mista a felicità, tipica di chi sa apprezzare ancora di più il valore di qualcosa, perché l’ha pensata perduta. Non so se i mesi di quarantena ci hanno resi migliori, ma so che, se ad oggi qualcuno si sente grato anche solo per un cielo stellato, questo star chiusi in maniera forzata, non è stato solo negativo. Per chi ama il teatro, non andarci è una mancanza grande, è una necessità che viene meno, come un medico, che non c’è nel momento del bisogno, perché il teatro sa curare l’anima meglio di chiunque altro.

La natura della vita è governata dal caos, da imprevisti, da momenti di difficoltà; la cosa bella però è che c’è anche una forza insita nell’universo, che tende a riportare sempre tutto all’ordine e all’armonia. Ed ecco che si comprende la connessione tra teatro e vita, che si scova il legame tra questo spettacolo e il periodo che stiamo vivendo. È accaduto che ci si è incontrati immersi in un “sogno” nel Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare, dentro un teatro che riporta all’atmosfera elisabettiana, in cui il celebre drammaturgo metteva in scena le sue opere.

Il regista Cavallo è riuscito a veicolare questa narrazione dai contorni volutamente poco definiti, intersecando ironia, suggestione, atmosfera fiabesca, saggezza e mescolando i tre registri linguistici corrispondenti ai tre mondi rappresentati: quello degli artigiani esposto attraverso la prosa, quello delle fate, tracciato tramite canzoni, filastrocche e versi sciolti e quello degli amanti enfatizzato dalle liriche d’amore. La rappresentazione è stata degna portatrice di quel messaggio intrinseco, con cui viene evocata la bellezza dell’esistenza, governata da caos alternato ad ordine, nella quale ci ritroviamo senza sapere con esattezza se stiamo vivendo un sogno o pura realtà. Però in fondo non è importante capire se sia vero e logico ciò che ci ritroviamo a vivere, l’importante è che sia veritiero ciò che sentiamo e che, da ogni sfida giunta da un caos, noi impariamo a creare armonia e unità. La meraviglia di questo spettacolo è dovuta a diversi fattori, infatti oltre alla maestria registica, il lavoro dei brillanti attori ha donato ulteriore fascino: le schermaglie amorose tra Ermia (Valentina Marziali) e Lisandro (Marco Paparella), quest’ultimo rifiutato perché ad essere favorito come pretendente è Demetrio (Sebastiano Colla) a sua volta oggetto dell’amore della povera Elena (Federica Bern). Il metateatro edificato dalla comica messinscena interna alla rappresentazione dei teatranti (Gerolamo Alchieri, Andrea Pirolli, Raffaele Proietti, Marco Simeoli, Roberto Stocchi), chiamati a corte per divertire gli ospiti con l’interpretazione di Piramo e Tisbe, geniale pretesto di Shakespeare, che era solito usare questi stratagemmi per mostrare anche un’altra prospettiva della scena allo spettatore; infine il mondo magico di Oberon (Carlo Ragone) e Titania (Claudia Balboni), ai quali il fedele Puck (Fabio Grossi) cerca di dare aiuto, strumentalizzando il mondo dei mortali e rompendo così gli equilibri, generando una confusione interna alla vicenda, ma ad essa necessaria per conferire spessore all’essenza di questa opera.

La suggestività della rappresentazione è risultata inoltre da una poeticità di tipo antico, sorretta dalla resa affascinante con cui è stata mostrata la trasformazione di Bottom, ispirata all’ Asino d’oro di Apuleio, tramite la quale il pubblico è stato trascinato nella dimensione onirica, che ha permesso di vivere questo spettacolo come se si fosse dentro un sogno, dal quale si esce inizialmente frastornati, ma poi più consapevoli e con maggiori conoscenze. Il rapporto tra antico e moderno, l’alternarsi di sogno e realtà, sono stati gli elementi che hanno conferito ulteriore bellezza a questa opera e la scenografia non eccessiva, ma del tutto evocativa, in cui gabbie gravide di luce, hanno svelato il loro splendore a poco a poco, coperte da veli, poi scoperte, fuse insieme alla musica, ha donato ulteriore fascino allo spettacolo, pregno di un successo che merita in pieno e che lo porta di anno in anno a raccontare la sua versione di questa celebre storia shakesperiana, che ancora oggi riesce a trasmettere l’importanza di affidarsi alla vita come si fosse in un sogno perché è così che si riesce a coglierne la vera natura e bellezza, come protagonisti di eventi, che nascendo nel nostro pensiero, da questo possono essere governati.