Ci sono giorni in cui mi sembra di svegliarmi avvolta in un involucro di plastica. Oggi è uguale a ieri, domani sarà molto probabilmente uguale a oggi che era già come ieri. Ti alzi, fai colazione, ti prepari per uscire dall’involucro di cemento che è casa, sali dentro un altro involucro di acciaio che chiami macchina, ti affondi sul sedile posteriore cosi che dal di fuori nessuno ti veda, o che magari qualcuno mi scambi per una francese. Qualche giorno fa, in seguito alle proteste anti-francesi del partito fondamentalista islamico, l’ambasciata dirama un comunicato chiedendoci di mantenere un basso profilo. E cosi faccio. Mi abbasso talmente tanto in macchina che neppure un mendicante mi può vedere, neanche se appiccica il viso ai vetri oscurati. Arrivi in ufficio, lavori un po’, senza prendere telefonate, senza vedere nessuno. Risali in macchina, rientri a casa e ti rinchiudi fino al giorno successivo. Fuori la vita succede, agli altri ma non a te. Ma non succede nulla di bello, neanche agli altri. Solo nel mese di ottobre 216 donne sono state violentate, un uomo è stato picchiato, ridotto in fin di vita e bruciato vivo da una folla inferocita che aveva preso per vero un post su facebook di un tizio che lo riteneva colpevole di aver profanato il corano, 383 persone hanno perso la vita in incidenti stradali, migliaia di persone appartenenti a un certo partito fondamentalista marciano verso l’ambasciata francese chiedendo che il suo presidente venga decapitato e incitando a boicottare i prodotti francesi, il capo che li incita si dice pronto a morire impiccato pur di essere ascoltato; 216 donne emigrate in un certo paese arabo ritornano in Bangladesh traumatizzate, incapaci neanche di spiegare quello che hanno passato, vittime di traffici illegali, imbrogliate per aver osato immaginare una vita migliore li; un giornalista viene rapito, torturato e abbandonato quattro giorni dopo lungo una strada in stato di semi-incoscienza, con segni visibili di torture e l’unica cosa che riesce a farfugliare alla polizia e’ ‘giuro di non scrivere piu’ niente, giuro che non faro’ piu’ il giornalista’.
Il mio antidoto a tutta questa barbaria? Farmi un giro in rickshaw.

Con la scusa di prendere un sacchetto di pane in cassetta, che neanche mi serve, regalo il pomeriggio libero all’autista e salgo sul primo rickshaw disponibile che mi viene incontro, alla faccia dei fondamentalisti, tanto sono sicura che nel posto dove voglio andare non ci sono. Il rickshaw si infila in vie alberate, a tratti un po’ sconnesse, buche che il rickshawallah sapientemente evita, sterzando all’improvviso, buttandomi una volta a destra e una volta a sinistra, senza avere la cortesia di rallentare; ma non fa niente, questo è il bello del rickshaw. Gli scossoni rompifondoschiena, i dissuasori passati a tutta velocita’ che ti fanno saltare lo stomaco in gola, e mi viene in mente che anche la nonna in Italia fa lo stesso in macchina e prima o poi gli ammortizzatori andranno in malora. Me ne esco con qualche imprecazione in gergo stretto, lui si gira e sorridendo quasi incredulo mi dice ‘ah pero’ parla bene il bengali. Sospiro un ‘sapesse lei’ che gli da l’autorizzazione non autorizzata di partire con la solita litania di domande, ‘qual è il suo paese, America?, Australia? No, Italia. Ah Itali (con l’accento sulla a, come dicono qui) bellissimo paese, da quanti anni è qui, cosa fa, ha figli, maschi, femmine, le piace Dhaka. Rispondo a monosillabi finch è non si arriva a destinazione.
Ma questa è la Dhaka che mi piace di più; anche se a volte vuol dire rimanere bloccati in fila per secoli, un rickshaw dopo l’altro, in doppia, tripla fila tanto da occupare l’intera corsia. Guardi con la coda dell’occhio il passeggero a sinistra, fai finta di non ascoltare quello che dice al telefonino quello a destra. Dalla fessura della cappotta alzata del rickshaw che mi sta davanti esce una lunghissima coda di cavallo corvina e spostandomi un po’ intravedo anche il braccio di un ragazzo attorno alle sue spalle. Tre sono i motivi per alzarla: nascondersi maliziosamente, proteggersi dal sole o dalla pioggia o per le ragazze per sembrare piu’ pudiche. Io, al contrario, viaggio sempre con la cappotta giu perchè del sole non me ne frega niente, anzi mi abbronzo e faccio scorta di vitamina D, e poi perchè devo vedere, osservare, curiosare, ascoltare insomma farmi gli affari degli altri. Quello che la macchina non ti permette di vedere perchè va troppo veloce, il rickshaw te lo regala umilmente, senza chiedere. Passi alla velocità ideale per vedere la vita che si vive sui marciapiedi: chi vende muri, chi ha almeno 20 caschi di banane, quello che ha ceste di arance, mele, limoni, papaia o dragonfruit. C’è il tea stall con la panchine per sedersi a bere un bicchiere di te’ bollente anche con trenta gradi, fumarsi una sigaretta che si compra a 2 taka dal baracchino di fianco e che, per arrotondare, ha anche la licenza per ricaricarti il telefonino.
A differenza di molti altri, quasi tutti quelli che conosco per la verità, adoro rimanere bloccata nel traffico. Quando ho finito di indagare sui passeggeri dei rickshaw passo alle persone dentro le macchine. A volte affiancano il rickshaw che, essendo piu’ alto, ti dà la prospettiva ideale per sbirciare attraverso i vetri chiusi. C’ è la mamma che è andata a prendere il figlio a scuola e ora lo sta ingozzando con i noodles che non ha mangiato a ricreazione, il tipo che legge il giornale, la signora che si aggiusta il trucco davanti a un minuscolo specchietto da borsetta; chi usa piu’ gli specchietti oggigiorno, io metto il telefonino in modalità selfie e voila’, ma forse è il regalo di qualche amica vanitosa come lei, penso; chi controlla facebook e chi scrive messaggi alla velocità della luce su messanger o whatsapp e chi si pulisce il naso con le mani. Mi giro dall’altra parte. Nessuno. L’autista viaggia da solo, finestrino aperto, musica hindi insopportabile; andrà a prendere la sua ‘signora’ o i figli di lei al doposcuola. La mia immaginazione va su e giu come sulle montagne russe.
All’improvviso il rickshaw si muove; il poliziotto che regola il traffico ci fa cenno di andare. Penso a quel povero disgraziato costretto per pochi soldi a stare tutto il giorno in mezzo a un incrocio, sotto il sole, a respirare veleno, penso a quanto mal pagati sono e che forse allora hanno ragione a farsi pagare il pizzo dagli ambulanti sui marciapiedi per arrotondare.

Il rickshaw fa un piccolo detour e si immette in viale alberato di Dhanmondi, un quartiere residenziale di Dhaka per gente ricca. Il sole passa appena attraverso il folto delle foglie come a voler scegliere su chi posarsi. Qui i marciapiedi sono sgombri, li puoi effettivamente usare per camminare senza dover fare zig zag tra bancarelle, ciotole per l’elemosina, clienti dei tea stall. Passa un ragazzo con la custodia di una chitarra sulla schiena e uno che tiene stretto al petto degli album da disegno come se fossero la sua anima. Non siamo lontani dal lago che si snoda fra questo quartiere e li, sulle sue sponde, non è rado vedere artisti in erba che dipingono il paesaggio. Anche mia figlia Bianca lo ha fatto a volte, perchè qui poco distante c’era la sua scuola di disegno.
Ci sono dei lavori lungo la strada, l’ennesimo cambio di tubature, questa volta un po’ più grandi sperando che ai prossimi monsoni la strada non si allaghi più. La gente deve camminare per un po’ in mezzo alla strada, guardandosi le spalle da macchine e rickshaw; ‘Hoi, apa’ (signora) le dice il mio rickshawallah, e lei si sposta, oppure ‘Hei, ciacia! (tradotto sarebbe il nostro zio ma qui è un appellativo che va bene per tutti i ragazzi) oppure ciaciu, lo stesso appellativo usato per i bambini) e miracolosamente tutti si spostano all’ultimo minuto, magari imprecando.
Il rickshaw rallenta. Siamo arrivati. Me ne accorgo perchè il rickshawallah scende e si asciuga il sudore con il lembo della camicia o con lo straccio che ha intorno al collo. Scendo, pago, anche l’extra perchè so che da me si aspettano sempre di più. Mi guarda con gratitudine e io penso che quando andrà a casa dirà alla moglie che oggi ha portato in giro una straniera che sapeva anche parlare il Bengali bene, che vive qui da un’eternità e che ha due figlie.
A volte mi sveglio e mi sembra di essere avvolta in un sacchetto di plastica, ma a volte basta un giro in rickshaw per farlo cadere, strato dopo strato. Dhaka è una città che ti fa sanguinare ma che sa anche curarti. Esci. Ognuno è da solo e allo stesso tempo insieme agli altri. E questo basta.